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martedì 28 aprile 2015

LA RISPOSTA AD AUSCHWITZ Di S.GIOVANNI PAOLO II PARTE DALLA CARITA' DI S.MASSIMILIANO KOLBE

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Vedi il bellissimo servizio sulla vita donata di Karol Wojtila per la pace nel mondo

Siamo sulla soglia del luogo, che fu costruito come negazione 
della fede - fede in Dio e fede nell'uomo- e per calpestare radicalmente non soltanto l'amore, ma  tutti i segni della divinità umana, del senso di umanità.
 Un luogo `che fu costruito sull'odio e sul disprezzo dell'uomo, nel nome di un'ideologia folle, un luogo costruito sulla crudeltà...
In questo luogo ha conseguito la vittoria attraverso la fede e l'amore un uomo di nome Massimiliano Maria...
Egli ha conseguito una vittoria spirituale, simile a quella di Cristo stesso... sicuramente però, molte altre vittorie simili sono state qui conseguite... 
 Vogliamo abbracciare con atto di profonda venerazione ognuna di queste vittorie, ogni manifestazione di umanità...'.
Giovanni Paolo II
(Oswiecim - Brzezinka, 7.6.1979)

Da Kathmandu la volontaria CHIARA MASTROFINI: «Io, cooperante tra le macerie, ho visto una profonda umanità»

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Clicca per vedere il servizio di TV2000 su terremoto in Nepal


"Ma qui nessuno abbandona nessuno: non c’è solo fatalismo, non c’è solo compassione, piuttosto, profonda umanità."

DON GNOCCHI "l'Angelo dei bimbi" (FILM IN STREAMING su Gloria Tv) e scritti di questo santo beato della carità....

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 Trent'anni dopo la morte di don Carlo Gnocchi, l’Arcivescovo di Milano, cardinale Carlo Maria Martini, ha avviato il Processo di Beatificazione, istruendo la fase diocesana. Con la lettura del decreto sull’eroicità delle virtù, il 20 dicembre 2002 al Servo di Dio don Gnocchi è stato dato il titolo di Venerabile.
Dal 22 ottobre al 19 dicembre 2004, nell’Arcidiocesi di Milano, si è svolta la sessione straordinaria del processo per l’analisi di un presunto evento miracoloso. Il 5 luglio 2007 la Consulta Medica, chiamata all’esame dell’episodio, lo ha dichiarato “scientificamente inspiegabile”. Il Collegio cardinalizio, riunitosi il 13 gennaio 2009 in Vaticano, ha riconosciuto che il miracolo in discussione è da attribuire all’intercessione di don Carlo.
Papa Benedetto XVI, il 17 gennaio 2009, ha autorizzato il prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi alla pubblicazione del decreto, autorizzando di fatto la beatificazione di don Gnocchi. Il solenne rito è stato celebrato a Milano domenica 25 ottobre 2009.

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Mi sono dato e mi do tuttora alla carità verso i reduci di guerra, i mutilati, gli orfani ed ora i bambini mutilati della guerra sempre per un superiore ed obbligante vincolo contratto con quelli che hanno fatto la guerra e ne portano duramente le conseguenze. Perché, eminenza, era molto facile e qualche volta brillante dire ai soldati "fate il vostro dovere, in nome di Dio e la divina Provvidenza non vi abbandonerà". Ma ora quelle promesse mi impegnano, come una cambiale firmata dinanzi a Dio. Ed io cerco di pagarla come posso ad Arosio: con i miei invalidi, con gli orfani dei miei soldati e con i mutilatini di guerra. Sono, per ora, 146 persone che, abbandonate dalla società, trovano comprensione ed aiuto dalla carità di Nostro Signore.
Don Carlo Gnocchi, lettera al cardinale Schuster, 7 novembre 1946

Risultati immagini per Don GnocchiHo accettato, oltre al Gonzaga, anche la direzione dell’Istituto Grandi Invalidi di Guerra ed ho aperto un nido per bambini orfani dei miei caduti. Ho avuto ed ho molto da lavorare, ma sento assai la continua assistenza del Signore. Per l’avvenire non so cosa farò. Certo la via della carità è per me definitivamente imbroccata. Dove mi potrà condurre lo sa soltanto il Signore.

Don Carlo Gnocchi, lettera a don Zambarbieri, 28 dicembre 1946
La carità è una cambiale in bianco che Dio rilascia all’uomo in tempi così difficili per l’educazione cristiana; abbiamo più che mai bisogno d’aver credito, tanto credito presso il Signore.
Don Carlo Gnocchi, dalla rivista Incontri dell’Istituto Gonzaga di Milano, 1940

Molti si preoccupano di stare bene, assai più che di vivere bene, per questo finiscono anche per stare molto male. Cerca di fare tanto bene nella vita e finirai anche tu per stare tanto bene.
Don Carlo Gnocchi, dedica scritta sul diario di Luisa Gnocchi Martini, 20 marzo 1940

Le altre cose tutte cui tanto teniamo, l’ingegno e la cultura, le ricchezze e la posizione sociale, la casta e il sangue, finiscono per dividere gli uomini e metterli qualche volta gli uni contro gli altri, ferocemente. La carità non mai. La carità unifica e salva. È un valore assoluto, universale e costante, per tutti i tempi e per tutti gli uomini. L’unico valore spirituale nel quale tutti si trovano concordi… Perché, dopo tutto, una cosa sola vale ed è urgente per tutti: fare del bene.
Don Carlo Gnocchi, da un articolo pubblicato su La Piccola Opera della Divina Provvidenza, 1941
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Sapeste come in questi giorni il Signore mi ha fatto capire - per me, ma certamente anche per voi - che non basta operare, fare della carità: bisogna sopra tutto e prima di tutto pregare per la carità. È da lui, dallo Spirito Santo che viene nei nostri cuori la carità, quell’amore di cui ha tanto bisogno il mondo e le anime nostre per salvarsi.
Don Carlo Gnocchi, lettera alle Dame del Gonzaga, 19 luglio 1941

Quante cose avrei a dirvi se potessi presiedere questa vostra prima adunanza, quante cose sulla carità! Come non sentirne la struggente passione, dinnanzi alle atrocità e agli orrori che formano il triste corteggio della guerra: distruzioni, fame, miseria, mutilazioni e dolori? Care Dame, di una cosa sola ha bisogno il mondo, e per questo bisogna lottare, di carità, di amore evangelico. Ciascuno di noi ha il dovere di anticipare ed attuare, per quanto compete a lui, l’avvento della carità. È ben poca cosa quello che un uomo può fare, si sa. È una goccia di dolcezza in un oceano amarissimo. Ma pure il mare è formato da molte gocce. Basta che ciascuno porti la sua. E se anche gli altri non lo fanno, egli ha adempiuto con questo ad un dovere personale che lo impegna davanti a Dio e del quale gli verrà domandato conto. Non scoraggiatevi dunque se, di fronte al molto che resta da fare, la vostra opera appare piccola e insufficiente. Dio sa le nostre possibilità. E poi possiamo sempre supplire con la vastità e intensità dei nostri desideri e delle nostre preghiere.
Don Carlo Gnocchi, lettera alle Dame del Gonzaga, 15 settembre 1942

Nel trambusto dell’ora, non dimenticate i nostri poveri. Sarebbe come lasciare il Signore nel momento della prova e della passione. Come purtroppo hanno fatto i discepoli paurosi. Le difficoltà del momento, non che raffreddarvi, devono spingervi a maggiore carità. Lo sapete che non c’è mezzo più efficace ad abbreviare la prova e ad allontanare le disgrazie di quello della carità! Lo afferma chiaramente la Sacra Scrittura; lo prova ripetutamente la storia della Chiesa. A tempi di calamità, tempo di viva carità.
Don Caro Gnocchi, lettera alle Dame del Gonzaga, 11 dicembre 1942

Si è salvata una cosa sola in tutto questo sfacelo: la carità; anzi la nostalgia della carità è diventata più profonda, perché soltanto la carità può salvarci e può darci anche la prosperità umana; abbiamo raccolto tanti beni terreni ma non sono rimasti, sono andati infranti tutti, le nostre superbe costruzioni sono andate distrutte… Noi non abbiamo voluto cercare il Regno di Dio, abbiamo cercato il sovrappiù; ebbene, anche il sovrappiù ci è stato tolto.
Don Carlo Gnocchi, da una conferenza al Piccolo Cottolengo di Milano, 4 marzo 1944

Risultati immagini per Don GnocchiIo ho consacrato per voto, in un’ora di estremo pericolo in Russia, la mia vita al servizio dei poveri; ma mi vado accorgendo che l’esercizio della carità è assai difficile compierlo isolatamente, soprattutto quando non si è santi… Mi aiuti lei con le sue preghiere. Sono decisamente ad un bivio decisivo della mia vita: forse mi manca il coraggio delle decisioni supreme: eppure comprendo che oggi solo la carità può salvare il mondo e che ad essa bisogna assolutamente consacrarsi.
Don Carlo Gnocchi, lettera a don Sterpi, 21 agosto 1945

La carità che voglio fare è grande come la mia speranza e la mia fede; ho solo il grave compito di essere coerente. C’è o non c’è la Provvidenza? Se il Signore mi ispira di fare, e io mi assicuro che è proprio Lui a ispirarmi e non è la fantasia, che devo temere? Devo temere, solo, di venire meno alla fedeltà: e così estraniarmi alla logica della grazia.
Don Carlo Gnocchi, dalla testimonianza di mons. Aldo Del Monte, 10 gennaio 1946

Sì, la carità è sempre carità. Ma, a mio parere, non si estende ancora e non risana con il ritmo col quale si scatena il disordine. E ogni disordine morale è un atto di guerra.
Don Carlo Gnocchi, dalla testimonianza di mons. Aldo Del Monte, 10 gennaio 1946
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NESSUNO BADAVA AL TEMPO...

La ragione vera ed intima della mia tristezza, quella forse che da tempo influisce sul mio carattere e sul mio lavoro, è questa, anche se non facile a dirsi: Quella di non sentirmi più circondato dalla poesia della carità e dall’ideale di fare il bene per il bene, in quelli che ora sono diventati i miei collaboratori. Ho degli “impiegati” intorno a me; distaccati dal lavoro cui attendono; che non hanno l’angoscia dell’economizzare il tempo, il gusto del sacrificio, che “calcolano” la loro prestazione, che fanno sentire quanto danno in più del dovuto, che non si interessano, per goderne o soffrirne, delle sorti buone o tristi dell’istituzione, che non hanno progetti, disegni, critiche da fare ma si accontentano di eseguire; che insomma non lavorano con me e come me, ma accanto a me.
Quando nacque la nostra Opera era una cosa ben diversa, tu ricordi. Era una cosa di tutti e di ciascuno… Ed abbiamo fatto, per questo spirito, un lavoro veramente prodigioso per mole e per rapidità… È una cosa che solo si spiega con la divina Provvidenza, per quanto riguarda la parte di Dio e con la nostra passione, per quanto riguarda la parte degli uomini.
Nessuno badava al tempo, al sacrificio, faceva distinzione di compiti o di doveri, e ciascuno faceva, a turno ed opportunità, il dattilografo, l’archivista, il fattorino, il facchino, l’autista, la personalità, il meccanico, il portalettere, il correttore di bozze, l’autore eccetera… Questa era la poesia che ora, come tu sai, è morta, per dar luogo alla burocrazia. In minuscolo, se vuoi, ma sempre burocrazia. Che non vuol dire carte e pratiche (ce n’era tanta anche allora di carta), ma disinteresse e distacco da quello che si tratta.
Don Carlo Gnocchi, lettera a Mariuccia Meda, 6 giugno 1951

I SANTI DELLA CARITA' (P.Antonio Sicari) Estratto su google Libri

LINK:Cliccare sopra :https://books.google.it/books?id=_-9cKz3yfuoC&pg=PA11&dq=santi+della+carit%C3%A0&hl=it&sa=X&ei=re4_VZzbKMTiywOT_YCQBg&ved=0CCAQ6AEwAA#v=onepage&q=santi%20della%20carit%C3%A0&f=false

Norcasia (Colombia) Fattoria Monte Carmelo e Città di Dio

                                ORA CON I NOSTRI AMICI TOMMASO,DAVIDE E STEFANO

Città di Dio Norcasia, Colombia (un gesto missionario condiviso da alcuni giovani del Movimento Ecclesiale Carmelitano)


Esordio bresciano per “Un castello nel cuore”( Articolo di Ricky BARONE)

Adro 17 Aprile 2015, esordio bresciano per “Un castello nel cuore”, con Pamela Villoresi
Adro è la prima delle tre tappe bresciane (le altre due a Brescia nel Duomo Vecchio e a Breno al Teatro delle Ali) del nuovo spettacolo con protagonista Pamela Villoresi, “Un castello nel cuore”, interamente dedicato alla figura di Santa Teresa d’Avila. Un’opera coprodotta da Argot Produzioni, Movimento Ecclesiale Carmelitano e Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta, per celebrare i 500 anni dalla nascita di Santa Teresa d’Avila. Lo spettacolo ha avuto una gestazione di un paio d’anni e ha visto il contributo decisivo, nella consulenza delle fonti, di padre Antonio Maria Sicari e di padre Fabio Silvestri, carmelitani della Provincia veneta. Il testo è del prof. Michele Di Martino, mentre le musiche originali sono state composte da Luciano Valvolo.
L’Anfiteatro della Scuola Madonna della Neve dei padri carmelitani è affollato, riempito da circa 700 spettatori. La scena è semplice, un piano inclinato in legno, una croce, una sedia, le luci e un telo sullo sfondo, sul quale vengono proiettate le elaborazioni grafiche di Andrea Giansanti. “Un castello nel cuore” inizia con Santa Teresa sdraiata a terra, mentre un frate canta con splendida voce “Ora pro nobis”. E’ il 1539, Santa Teresa ha 24 anni, è un periodo difficile per lei, è malata e riflette sulla sua vita e sulla sua anima: “L’anima è un castello dentro al cuore, che ha molte dimore”. Questo è l’incipit del percorso che si sviluppa attraverso le sette dimore che compongono la trama dello spettacolo, ogni dimora è separata dall’altra da un canto, in piacevole stile spagnoleggiante, che aiuta la riflessione.
Teresa, una Pamela Villoresi ispirata e maestra nel modulare e alternare emozioni, energia, vanità e spiritualità, si racconta, attraverso i diversi interlocutori che di volta in volta si trova di fronte. Abbiamo così i ricordi della Teresa consapevole della sua bellezza e del suo fascino che conversa con Suor Giovanna Suarez e confessa le sue difficoltà nel combattere quella lotta interiore che trova nella seconda dimora. Poi Teresa incontra nella terza dimora il nobile Francisco de Salcedo: “Mi sono illusa di essere cambiata” gli dice ad un certo punto, ma alla fine, davanti alla statua di Cristo flagellato, si immerge in una nuova conversione. Il cammino procede attraverso le varie stanze, Teresa indossa l’abito carmelitano, poi sopra questo il grembiule, scrive a e riceve dal Signore, il 16 Luglio 1560, l’ordine di fondare un monastero (“con 12 sorelle e 1 priora, fatto di ritiro, silenzio, preghiera”). “Nel perdere tutto si guadagna tutto”, dice Teresa, mentre le dimore avanzano e gli incontri si susseguono: con padre Girolamo Gracian, suo direttore spirituale e collaboratore della riforma del Carmelo, nella quinta dimora, al quale racconta dei due processi per Inquisizione subiti e del suo impegno per la fondazione di nuovi monasteri.  Nella sesta dimora Teresa indossa la cappa bianca e dialoga con S. Giovanni della Croce. E’ il momento del “fidanzamento”, dove l’angoscia la mette alla prova: la risposta è la scelta di abbandono totale, la Notte oscura diventa la Notte dell’Amore: “l’anima può uscire da se stessa e trova in Dio il suo Sposo”. “Finalmente ti vedo!”, è questo il grido di abbandono alla Luce di Dio che lancia Teresa, finalmente entrata alla settima stanza, la più interna del Castello.
Il 4 ottobre 1582 Teresa vide il Signore entrare, vedeva 3 fiammelle, “muoio felice, sono figlia della Chiesa”. Teresa muore il 15 Ottobre, l’alberello che era rinsecchito rifiorisce, il canto dolce sfuma in sottofondo, “Nada te turbe, nada te espante, quien à Dios tiene, nada le falta, solo Dios basta”. Un finale intenso per un’opera ben riuscita, che segue il percorso in crescendo della vita di Teresa, che lucidamente e consapevolmente ha scelto la via della sequela a Cristo, abbandonando passo dopo passo i filtri umani fino ad affidarsi totalmente all’abbraccio di Dio.
Pamela Villoresi si innamorò vent’anni fa di Santa Teresa,  proprio ad Avila, folgorata da una statua di Santa Teresa. Un’altra statua di Santa Teresa, quella del Bernini nella Chiesa di santa Maria della Vittoria, dove ha esordito “Un castello nel cuore”, è il simbolo di questo spettacolo, che dopo il successo di Roma, applaudito anche dal presidente del Senato nell’Aula Magna del palazzo della Cancelleria, e le tre tappe bresciane, sta prendendo il volo per diverse altre date in tutta Italia. La grande forza di “Un castello del cuore” è soprattutto quella di avvicinare chiunque, credenti e non credenti, ad una Santa il cui messaggio di folle innamorata di Cristo, capace di riformare l’Ordine carmelitano nel bel mezzo del “siglio de oro”, è quanto mai attuale oggi. Una Santa che ci insegna che la fede non significa staccarsi dalla realtà ed evadere ma vuol dire camminare giorno per giorno nella concretezza del mondo, ascoltando la voce di Dio e attraversando tutte le situazioni della vita per giungere infine ad abbandonarsi totalmente a Lui, il Solo in grado di darci il centuplo quaggiù e l’eterna felicità.

mercoledì 22 aprile 2015

UN CASTELLO NEL CUORE con Pamela Villoresi -S. TERESA DI GESÙ. S. MARIA DELLA VITTORIA-ROMA

Chiesa di Santa Maria della Vittoria (Roma)

Facciata

















Santa Maria della Vittoria è una chiesa barocca di Roma, situata in via XX Settembre.

Storia e descrizione


Dedicata inizialmente a san Paolo e costruita per i Carmelitani Scalzi tra il 1608 e il 1620, la chiesa fu rinominata in occasione della battaglia della Montagna Bianca (presso Praga) nella Guerra dei trent'anni, che vide una temporanea vittoria delle truppe cattoliche su quelle protestanti. Sull'altare maggiore fu posta un'icona della Madonna proveniente dalla Boemia. La dedicazione alla Madonna Regina della Vittoria fu confermata da un breve di Innocenzo X (1644-1655). Architetto della chiesa fu Carlo Maderno. La facciata (1626) è invece di Giovanni Battista Soria e si richiama al vicino prospetto di Santa Susanna: è su due ordini, con un timpano triangolare alla sommità e un timpano arcuato al di sopra del portale d'accesso. L'interno è costituito da un'unica navata coperta da volta a botte ed è delimitata da tre cappelle per lato; il soffitto presenta affreschi di Gian Domenico Cerrini (Trionfo della Vergine Maria sulle eresie nella navata e Assunzione della Vergine nella cupola)
Sempre all'interno si possono ammirare tre pale d'altare del Domenichino (1630), una del Guercino ed un dipinto di Guido Reni.

Transverberazione di Santa Teresa


Transverberazione di santa Teresa d'Avila, opera di Gian Lorenzo Bernini
L'attrazione principale è l'altare del transetto sinistro, con lo spettacolare gruppo scultoreo della Transverberazione di santa Teresa d'Avila, opera di Gian Lorenzo Bernini, compiuta per il cardinale veneziano Federico Cornèr (o Cornaro) tra il 1644 e il 1652, durante il pontificato di papa Innocenzo X. La cappella è costituita da un altare convesso che apre il suo retroscena in uno spazio ovale, da cui la luce scende da una finestra sul soffitto, invisibile dall'esterno, creando un effetto soprannaturale. Il gruppo scultoreo con santa Teresa d'Avila e l'angelo che le trafigge il cuore con un dardo sono illuminati da una luce che spiove così dall'alto, come guidata dai raggi metallici dorati sullo sfondo.
L'intero complesso sembra così una sorta di palco teatrale, e il paragone con il mondo scenico è esplicitato da Bernini nei rilievi delle pareti laterali, con i personaggi della famiglia Cornaro che assistono alla scena da due palchetti. Tutto l'insieme è decorato da una profusione di ori, affreschi e marmi preziosi.
La santa , distesa su una nuvola , esprime la sua sensualità attraverso il piede scalzo ; ciò contribuisce ad elevare l' emozionalità già presente attraverso l' estasi.
Le numerose pieghe del panneggio sia del manto di santa Teresa che dell' angelo associate alla nuvola riducono al minimo il senso di corporeità delle figure.

I TEMI DELL'UMANO: Pamela Villoresi "Un castello nel cuore"


Don Camillo e l'onorevole Peppone - La scena più bella


Don Camillo...bisogna salvare il seme!


di Giovannino  Guareschi
 
“Don Camillo, perché tanto pessimismo? Al­lora il mio sacrificio sarebbe stato inutile? La mia missione fra gli uomini sarebbe dunque fallita perché la malvagità degli uomini è più forte della bontà di Dio?”.
 
 “No, Signore. Io intendevo soltanto dire che oggi la gente crede soltanto in ciò che vede e tocca. Ma esistono cose essenziali che non si vedono e non si toccano: amore, bontà, pietà, onestà, pu­dore, speranza. E fede. Cose senza le quali non si può vivere. Questa è l’autodistruzione di cui par­lavo. L’uomo, mi pare, sta distruggendo tutto il suo patrimonio spirituale. L’unica vera ricchezza che in migliaia di secoli aveva accumulato. Un giorno non lontano si troverà come il bruto delle caverne. Le caverne saranno alti grattacieli pieni di macchine meravigliose, ma lo spirito dell’uomo sarà quello del bruto delle caverne […] 
 
Signore, se è questo ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi?”. 
 
Il Cristo sorrise: “Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede e mantenerla in­tatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più, ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede. Ogni giorno di più uomi­ni di molte parole e di nessuna fede distruggono il patrimonio spirituale e la fede degli altri. Uomini di ogni razza, di ogni estrazione, d’ogni cultura”.


domenica 19 aprile 2015

LO SCAPOLARE detto "Abitino":significato,storia,importanza,devozione e preghiere


LA GRANDE PROMESSA DELLA MADONNA DEL CARMINE
PER CHI PORTA L"'ABITINO"
La Regina del Cielo, apparendo tutta raggiante di luce, il 16 luglio 1251, al vecchio generale dell'Ordine Carmelitano, San Simone Stock (il quale L'aveva pregata di dare un privilegio ai Carmelitani), porgendogli uno scapolare -detto comunemente «Abitino»- così gli parlò: «Prendi figlio dilettissimo, prendi questo scapolare del tuo Ordine, segno distintivo della mia Confraternita, privilegio a te e a tutti i Carmelitani. CHI MORRA RIVESTITO DI QUESTO ABITO NON SOFFRIRA II. FUOCO ETERNO; questo è un segno di salute, di salvezza nei pericoli, di alleanza di pace e di patto sempiterno».
Detto questo, la Vergine scomparve in un profumo di Cielo, lasciando nelle mani di Simone il pegno della Sua Prima «Grande Promessa».
La Madonna, dunque, con la Sua rivelazione, ha voluto dire che chiunque indosserà e porterà per sempre l'Abitino, non solo sarà salvato eternamente, ma sarà anche difeso in vita dai pericoli.
Non bisogna credere minimamente, però, che la Madonna, con la sua Grande Promessa, voglia ingenerare nell'uomo l'intenzione di assicurarsi il Paradiso, conti­nuando più tranquillamente a peccare, o forse la speranza di salvarsi anche privo di meriti, ma piuttosto che in forza della Sua Promessa, Ella si adopera in maniera efficace per la conversione del peccatore, che porta con fede e devozione l'Abitino fino in punto di morte.
CONDIZIONI PER OTTENERE IL FRUTTO DELLA GRANDE PROMESSA DELLA MADONNA
1) Ricevere al collo l'Abitino dalle mani di un sacerdote, il quale, imponendolo, recita una sacra formula di consacra­zione alla Madonna (RITO DI IMPOSIZIONE DELLO SCAPOLARE). Ciò è necessario solo la prima volta che s'indossa l'Abitino. Dopo, quando s'indossa un nuovo «Abitino», esso si mette al collo con le proprie mani.
2) L'Abitino, deve essere tenuto, giorno e notte, indosso e precisa­mente al collo, in modo che una parte scenda sul petto e l'altra sulle spalle. Chi lo porta in tasca, nella borsetta o appuntato sul petto non partecipa alla Grande Promessa.
3) È necessario morire rivestivo del sacro abitino. Chi l'ha portato per tutta la vita e sul punto di morire se lo toglie, non partecipa alla Grande Promessa della Madonna.
ALCUNI CHIARIMENTI
L'Abitino (che non è altro che una forma ridotta dell'abito dei religiosi carmeli­tani), deve essere necessariamente di panno di lana e non di altra stoffa, di forma quadrata o rettangolare, di colore marrone o nero. L'immagine su di esso, della Beata Vergine, non è necessaria ma è di pura devozione. Scolorandosi l'immagine o staccandosi l'Abitino vale lo stesso.
L'Abitino consumato si conserva, o si distrugge bruciandolo, e il nuovo non ha bisogno di benedizione.
Chi, per qualche motivo, non può portare l'Abitino di lana, può sostituirlo (dopo averlo indossato di lana, in seguito all'imposizione fatta dal sacerdote) con una medaglietta che abbia da una parte l'effige di Gesù e del Suo Sacro Cuore e dall'altra quella della Beata Vergine del Carmelo.
L'Abitino si può lavare, ma prima di toglierlo dal collo è bene sostituirlo con un altro o con una medaglietta, in modo che non si resti mai privi di esso.
Non è necessario che l'Abitino tocchi direttamente il corpo, ma può portarsi sugl'indumenti, purché sia messo al collo.
Chi porta l'Abitino, pur non essendo obbligato, è bene che reciti spesso la giaculatoria: «O Maria Santissima del Carmelo pregale per noi».
Baciando lo Scapolare o la medaglia propria o quello di altra persona si lucra l'indulgenza parziale.
IL PRIVILEGIO SABATINO
Il Privilegio Sabatino, è una seconda Promessa (riguardante lo scapolare del Carmine) che la Madonna fece in una Sua apparizione, ai primi del 1300, al Pontefice Giovanni XXII, al quale, la Vergine comandò di confermare in terra, il Privilegio ottenuto da Lei in Cielo, dal Suo diletto Figlio.
Questo grande Privilegio, offre la possibilità di entrare in Paradiso, il primo sabato dopo la morte. Ciò vuol dire che, coloro che otterranno questo privilegio, staranno in Purgatorio, massimo una settimana, e se avranno la fortuna di morire di sabato, la Madonna li porterà subito in Paradiso.
Non bisogna confondere la Grande Promessa della Madonna con il Privilegio Sabatino. Nella Grande Promessa, fatta a S. Simone Stock, non sono richieste né preghiere né astinenze, ma basta portare con fede e devozione giorno e notte indosso, fino al punto di morte, la divisa carme­litana, che è l'Abitino, per essere aiutati e guidati in vita dalla Madonna e per fare una buona morte, o meglio per non patire il fuoco dell'Inferno.
Per quanto riguarda il Privilegio Sabatino, che riduce ad una settima­na, massimo, la sosta nel Purgatorio, la Madonna chiede che oltre a portare l'Abitino si facciano anche preghiere e alcuni sacrifici in Suo onore.
CONDIZIONI VOLUTE DALLA MADONNA PER OTTENERE IL PRIVILEGIO SABATINO
1) Portare, giorno e notte indosso, l’«Abitino», come per la Prima Grande Promessa.
2) Essere iscritti nei registri di una Confraternita Carmelitana ed essere, quindi, confratelli Carmelitani.
3) Osservare la castità secondo il proprio stato.
4) Recitare ogni giorno le ore canoniche (cioè l'Ufficio Divino o il Piccolo Ufficio della Madonna). Chi non sa recitare queste preghiere, deve osservare i digiuni della S. Chiesa (salvo se non è dispensato per legittima causa) e astenersi dalle carni, nel mercoledì e nel sabato per la Madonna e nel venerdì per Gesù, eccettuato il giorno del S. Natale.
La S. Chiesa, per venire incontro ai fedeli, dà al Sacerdote, che impone l'Abitino, la facoltà di commutare la recita delle ore canoniche e l'astinenza del mercoledì e del sabato in alcune facili preghiere e in un po' di penitenza, a piacimento del sacerdote stesso. Tutte queste pratiche, generalmente vengono commutate nella recita quotidiana del Santo Rosario oppure di 7 Pater, 7 Ave, 7 Gloria e nell'astinenza dalla carne il mercoledì, in onore della Madonna del Carmine.
ALCUNE PRECISAZIONI
Chi non osserva la recita delle suddette preghiere o l'astinenza dalle cami non commette alcun peccato; dopo la morte, potrà entrare anche subito in Paradiso per altri meriti, ma non godrà del Privilegio Sabatino.
La commutazione dell'astinenza dalle carni in altra penitenza si può chiedere a qualunque sacerdote.
ATTO DI CONSACRAZIONE ALLA BEATA VERGINE DEL CARMINE
  O Maria, Madre e decoro del Carmelo, a te con­sacro oggi la mia vita, quale piccolo tributo di gratitu­dine per le grazie che attraverso la tua intercessione ho ricevuto da Dio. Tu guardi con particolare benevolenza coloro che devotamente portano il tuo Scapolare: ti supplico perciò di sostenere la mia fragilità con le tue virtù, d'illuminare con la tua sapienza le tenebre della mia mente, e di ridestare in me la fede, la speranza e la carità, perché possa ogni giorno crescere nell'amore di Dio e nella devozione verso di te. Lo Scapolare richiami su di me lo sguardo tuo materno e la tua protezione nella lotta quotidiana, sì che possa restare fedele al Figlio tuo Gesù e a te, evi­tando il peccato e imitando le tue virtù. Desidero of­frire a Dio, per le tue mani, tutto il bene che mi riu­scirà di compiere con la tua grazia; la tua bontà mi ottenga il perdono dei peccati e una più sicura fedeltà al Signore. O Madre amabilissima, il tuo amore mi ottenga che un giorno sia concesso a me di mutare il tuo Scapolare con l'eterna veste nuziale e di abitare con te e con i Santi del Carmelo nel regno beato del Figlio tuo che vive e regna per tutti i secoli dei secoli. Amen.
PREGHIERA ALLA MADONNA DEL CARMINE PER LE ANIME DEL PURGATORIO
Ricordati, o pietosissima Vergine Maria, gloria del Libano, onore del Carmelo, della consolante promessa che saresti discesa a liberare dalle pene de Purgatorio le Anime dei tuoi devoti. Incoraggiati da questa tua promessa, Ti supplichiamo, Vergine Consolatrice, di aiutare le care Anime, del Purgatorio, e specialmente… O Madre dolce e pietosa, rivolgi al Dio di amore e di misericordia con tutta la potenza della tua mediazione: offri il Sangue prezioso del tuo santissimo Figlio insieme ai tuoi meriti ed alle tue sofferenze: avvalora le nostre preghiere e quelle della Chiesa tutta, e libera le Anime del Purgatorio. Amen. 3 Ave, 3 Gloria. 
LODE ALLA MADONNA DEL CARMELO
L'abitino che io porto
è sicuro mio conforto,
e lo stimo mio tesoro più d'argento, gemme e oro.
Da Voi spero, Gran Signora, ciò che voi diceste allora
a Simone Vostro amato, dando l'abito sacrato.
Prometteste, certamente,
a chi il porta piamente,
esentar da cruda sorte ed in vita e dopo morte.
Ed il sabato che viene, esentarlo dalle pene
col sovrano Vostro zelo e condurlo poi nel Cielo.
Orsù dunque, Verginella,
Madre, Sposa, tutta bella, me infelice liberate d'ogni male e consolate.
Aiutatemi nei guai mentre afflitto sono assai,
specialmente, allora, quando il mio fiato sta spirando.
Allora sì datemi aiuto,
d'impetrar l'eterna vita, e sfuggire in tutti i modi di Lucifero le frodi.
Fate allora che io gioiendo e con gli Angeli godendo, canti dolce melodia,
Viva, viva del Carmine Maria. Salve Regina
Chi può, diffonda questo foglio tramite fotocopie.
TESTIMONIANZA SULLA POTENZA DELLO SCAPOLARE
Sulla Piazza di Jlfurt in Alsazia (Francia) vi è una Statua monumentale in bronzo dell'Immacolata, con questa iscrizione:
«In memoria della liberazione dei due ossessi - Teobaldo e Giuseppe Burner - ottenuta per l'inter­cessione della B.V. M. Immacolata - Anno del Signore 1869».
Questi due fratelli furono invasi dal demonio per circa quattro anni (1864-69; curati inutilmente e visitati da molti Medici e specialisti, quando varie volte finalmente furono esorcizzati dal Parroco Brey e da tre Sacerdoti e Religiosi, incaricati dalla Curia di Strasburgo. Molte volte furono presenti, oltre ai genitori e parenti, anche il Sindaco del luogo Tresch e persone importanti, tra cui il Deputato Sig Ignazio Spies.
Teobaldo morì poi il 3-4-1871, all'età di 16 anni. Giuseppe morì più tardi - 1882 - a 25 anni.
Molti fatti diabolici sono pure registrati nel Vangelo e in molte Vite di Santi.
Quindi non è fantasia: il demonio esiste, come l'Inferno!!!
I due ossessi erano soggetti a fenomeni straordinari, per es.:
- Torcere il collo o le gambe all'indietro, in modo straziante.
- Arrampicarsi sugli alberi, fino a tenui rami, che non si rompevano.
- Vomitare fuoco, schiuma, piume che appestavano la casa.
- Parlavano tutte le lingue e dialetti.
- Svelavano colpe segrete o delitti di persone presenti, che fuggivano.
- Quando i visitatori si erano prima Confessati, i ragazzi ossessi (per opera del demonio) dicevano: Prima siete stati nel porcile (la Chiesa) a togliere lo sterco dalle vostre coscienze!
- Al contrario quando si presentavano coloro che vivevano male o in peccato, dicevano: Oh! ecco uno dei nostri!... Che brava gente! Dovrebbero essere tutti così!... Risparmiano fatica al nostro padrone, e 'gli guadagnano molte anime. - ecc...
- Quando la camera o altre cose, a loro insaputa, venivano benedette con l'Acqua santa, dicevano: l'hanno spalmata col lordume!...
Bestemmiavano Dio, Gesù, l'Eucarestia, La Chiesa, i Santi... e mai la Madonna.
Fu loro chiesto: Perché bestemmiate Tutti... e mai la Madonna?
- Perché la Marionetta (Gesù) sulla Croce ce lo ha proibito!
Che pensate dell'Immacolata Concezione?
- Vattene alla malora con la tua Grande Signora!
Gli si mise addosso l'Abitino della Madonna del Carmine a Teobaldo, senza che se ne accorgesse.
Ma tosto egli gridò: toglimi questo strazio! Mi brucia...!
- Non è uno straccio - si rispose - e te lo toglierò solo quando tu mi dirai cos'è.
L'Abitino della Grande Signora!
Un'altra persona chiede a Giuseppe: Che cosa odiate di più nei Cristiani?
- ... La Devozione alla Grande Signora!... - fu risposto. Capite? Oh! Come dobbiamo essere grati alla Mamma del Cielo, che ci vuol vestire del Suo Santo Abitino: lo Scapolare!!!  

venerdì 17 aprile 2015

Il dono di S. Teresa d'Avila alla Chiesa e al mondo: Padre Sicari alla Sala Quadrivium -VIDEO


IL CASTELLO INTERIORE:TERZE MANSIONI (Testo degli amici di Bologna)

3. Terze Mansioni - Maturazione e Purificazione

INTRODUZIONE:

Lottando e perseverando nelle Seconde Dimore, l'anima si è rafforzata nella decisione di non uscire più dal suo "Castello interiore", cioè di non interrompere mai più il rapporto d'amore che la lega al suo Dio. Ha imparato così a "vivere in preghiera" e a disseminare la sua vita di "atti di preghiera". Le Terze Dimore rappresentano dunque, per moltissimi buoni cristiani, il luogo in cui abiteranno quasi tutta la vita, o nel quale trascorreranno lunghi anni.

Santa Teresa non teme di chiamare "eletti di Dio" coloro che abitano in queste Dimore, e tali sono, soprattutto se cercano di corrispondere generosamente all'amore, se si rafforzano nell'umiltà, se sono pronti all'obbedienza e al compimento della volontà di Dio, se cercano di controllare le loro inclinazioni disordinate, se approfittano volentieri di buoni esempi che vedono attorno a sé.

Insomma, coloro che abitano nelle Terze Dimore non sono certo perfetti, ma sono già "eletti" se si rendono conto umilmente dei propri difetti e non cercano di compensarsi traendo uno sciocco vanto dalle proprie virtù. "L'umiltà – avverte Teresa – è l'unguento di ogni ferita…".



TESTO:
 A coloro che per misericordia di Dio hanno superato tutti questi combattimenti, e con la loro perseveranza sono entrati nelle terze mansioni, che cosa diremo se non: Beato l'uomo che teme il Signore? Non è piccola la grazia che il Signore ha fatto loro nell'aiutarle a vincere le prime difficoltà. Esse, per misericordia di Dio - desiderano ardentemente di non offendere il Signore, si guardano anche dai peccati veniali, amano la penitenza, hanno le loro ore di raccoglimento, impiegano bene il tempo, si esercitano in opere di carità verso il prossimo, sono molto regolate nel parlare e nel vestire, e quelle che hanno famiglia la tengono assai bene. Ho conosciuto molte anime che, avendo raggiunto questo stato, vivevano da molti anni in grande rettitudine e regolarità di vita, sia interna che esterna.


Ciò nonostante, quando pareva che già dominassero tutto il mondo, o per lo meno che ne fossero pienamente disingannate, bastava che Sua Maestà le mettesse alla prova, e in cose non gravi, che subito cadevano in tanta inquietudine e turbamento di spirito che io ne rimanevo attonita e molto turbata. Dar consigli è inutile. Col pretesto che da tanto tempo fan professione di virtù, si credono in grado di insegnare agli altri, e pensano di aver tutte le ragioni per essere sensibili a quelle prove.

Eppure Iddio giusto e misericordioso, i cui doni sono sempre superiori ai nostri meriti, non lascia senza ricompensa neppure coloro che dimorano in queste terze mansioni, e dà loro gioie così grandi che superano di molto tutti i piaceri della terra. Ma credo che non li favorisca di troppi gusti spirituali, se non qualche volta e a ragione d'invito, allo scopo di far loro vedere quello che si gode nelle altre mansioni, affinché si dispongano ad entrarvi. 

Le anime che, per bontà di Dio, sono giunte a questo stato approfitteranno molto, secondo me, se cercheranno di esercitarsi attentamente nella prontezza dell'obbedienza.
Pur non trattandosi di persone religiose, sarebbe assai utile avere una guida da cui dipendere per rinnegare in tutto la propria volontà, causa ordinaria di ogni nostra rovina: perciò, non una guida che abbia le stesse nostre vedute e agisca con troppi riguardi, ma che sia staccata da tutto, non essendovi nulla che più ci aiuti a ben conoscerci quanto il trattare con persone che apprezzino il mondo per quello che vale.

Oltre a ciò, vi sono cose che sembrano impossibili; ma se vediamo che altri le fanno facilmente, ne prendiamo coraggio, come gli uccelli che quando imparano a volare imitano a poco a poco i loro genitori, senza far subito grandi voli.
Sebbene tali persone siano fermamente decise di non offendere Dio, è sempre bene che si allontanino da ogni occasione perché le loro forze non sono ancora fondate sulla roccia.