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domenica 30 novembre 2014

IL PARADISO PER DAVVERO (FILM IN STREAMING DA VEDERE!!)

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Trailer
Dopo un'operazione d'urgenza in cui ha rischiato di perdere la vita il piccolo Colton Burpo, quattro anni, guarisce e comincia a raccontare di essere stato in Paradiso, e di avere fatto numerosi incontri: gli angeli, Gesù (a cavallo!) e alcuni componenti della sua famiglia scomparsi prima che lui potesse conoscerli. Il padre di Colton, Todd, pastore della comunità del Wisconsin in cui lavora anche come piccolo imprenditore e vigile del fuoco volontario, si trova davanti ad una serie di dilemmi: credere alle parole del figlio o attribuirle alla sua immaginazione infantile? Condividere i ricordi del bambino con la sua congregazione o farli rimanere un segreto di famiglia?
Basato sul resoconto in prima persona dello stesso Todd Burpo, Il paradiso per davvero è un viaggio nell'ignoto con la guida di un'anima candida e di un adulto che, pur professando la fede in Dio ogni domenica, coltiva l'umana prerogativa del dubbio. Ed è, soprattutto, una lezione di umiltà per chi di noi pensa di avere la verità in tasca, nonché un rassicurante viatico per chi si trova ad affrontare il tema spinoso della morte.


Viaggio nell'Aldilà. Il bambino tornato dal Paradiso: "Sono stato tra le braccia di Gesù"


Antonio Socci
È il 2003. Il 4 luglio - festa nazionale negli Stati Uniti - una normale famiglia americana che vive nel Nebraska, a Imperial, paesino agricolo che ha appena «duemila anime e neanche un semaforo», sta stipando di bagagli una Ford Expedition blu. I Burpo partono verso Nord per andare a trovare lo zio Steve, che vive con la famiglia a Sioux Falls, nel South Dakota (hanno appena avuto un bambino e vogliono farlo vedere ai parenti). L’auto blu imbocca la Highway 61. Alla guida c’è il capofamiglia Todd Burpo, accanto a lui la moglie Sonja e sul sedile posteriore il figlio Colton, di quattro anni, con la sorellina Cassie. Fanno rifornimento a una stazione di servizio nel paese dove nacque il celebre Buffalo Bill prima di affrontare immense distese di campi di granoturco. È la prima volta in quattro mesi che i Burpo si concedono qualche giorno di ferie dopo la scioccante vicenda che hanno vissuto il 3 marzo di quell’anno.
Il piccolo Colton quel giorno aveva cominciato ad avere un forte mal di pancia. Poi il vomito. Stava sempre peggio, finché i medici fecero la loro diagnosi: appendice perforata. Fu operato d’urgenza a Greeley, in Colorado. Durante l’operazione la situazione sembrò precipitare: «Lo stiamo perdendo! Lo stiamo perdendo!». Il bambino era messo molto male e passò qualche minuto assai critico. Poi però si era ripreso. Per il babbo e la mamma era stata un’esperienza terribile. Lacrime e preghiere in gran quantità, come sanno tutti coloro che son passati da questi drammi.
Dunque, quattro mesi dopo, il 4 luglio, la macchina giunge a un incrocio. Il padre Todd si ricorda che girando a sinistra, a quel semaforo, si arriva al Great Plains Regional Medical Center, il luogo dove avevano vissuto la scioccante esperienza. Come per esorcizzare un brutto ricordo passato il padre dice scherzosamente al figlio: «Ehi, Colton, se svoltiamo qui possiamo tornare all’ospedale. Che ne dici, ci facciamo un salto?». Il bambino fa capire che ne fa volentieri a meno. La madre sorridendo gli dice: «Te lo ricordi l’ospedale?». Risposta pronta di Colton: «Certo, mamma, che me lo ricordo. È dove ho sentito cantare gli angeli».
Gli angeli? I genitori si guardano interdetti. Dopo un po’ indagano. Il bimbo racconta con naturalezza i particolari: «Papà, Gesù ha detto agli angeli di cantare per me perché avevo tanta paura. Mi hanno fatto stare meglio». «Quindi», domanda il padre all’uscita del fast food, «c’era anche Gesù?». Il bimbo fa di sì con la testa «come se stesse confermando la cosa più banale del mondo, tipo una coccinella in cortile. “Sì, c’era Gesù”».
«E dov’era di preciso?» domanda ancora il signor Burpo. Il figlio lo guarda dritto negli occhi e risponde: «Mi teneva in braccio». I due genitori allibiti pensano che abbia fatto un sogno nel periodo d’incoscienza. Ma poi vacillano quando Colton aggiunge: «Sì. Quando ero con Gesù tu stavi pregando e la mamma era al telefono». Alla richiesta di capire come fa lui, che in quei minuti era in sala operatoria in stato d’incoscienza, a sapere cosa stavano facendo i genitori, il bambino risponde tranquillamente: «Perché vi vedevo. Sono salito su in alto, fuori dal mio corpo, poi ho guardato giù e ho visto il dottore che mi stava aggiustando. E ho visto te e la mamma. Tu stavi in una stanzetta da solo e pregavi; la mamma era da un’altra parte, stava pregando e parlava al telefono». Era tutto vero. Così come era vero che la mamma di Colton aveva perduto una figlia durante una gravidanza precedente. Colton, che era nato dopo, non l’aveva mai saputo, ma quella sorellina lui l’aveva incontrata in cielo e lei gli aveva spiegato tutto. Sconvolgendo i genitori: «Non preoccuparti, mamma. La sorellina sta bene. L’ha adottata Dio». Di lei il ragazzo dice: «Non la finiva più di abbracciarmi».
Comincia così, con la tipica semplicità dei bambini che raccontano cose eccezionali come fossero normali, una storia formidabile che poi il padre ha raccontato in un libro scritto con Lynn Vincent, Heaven is for Real (tradotto dalla Rizzoli col titolo Il Paradiso per davvero). È da questo libro - bestseller negli Stati Uniti - che vengono queste notizie. All’uscita, nel 2010, conquistò la prima posizione nella top ten del New York Times, e subito dopo dalla storia di Colton è stato tratto un film che è appena arrivato in Italia (dal 10 luglio), sempre col titolo Il Paradiso per davvero. Il film, col marchio Tristar, è diretto da Randall Wallace (lo sceneggiatore di Braveheart) e negli Usa ha avuto un grande successo. Può anche essere che da noi sia un flop, perché gli americani hanno una sensibilità religiosa molto più profonda di quella europea (il caso americano smentisce il paradigma della sociologia moderna, secondo cui la religiosità declinerebbe quanto più aumenta la modernizzazione).
La storia (vera) del piccolo Colton, peraltro, è una tipica esperienza di pre-morte, cioè un fenomeno che l’editoria e la cinematografia statunitense in questi anni hanno scoperto e raccontato molto. Anche perché i maggiori istituti di sondaggio Usa hanno scoperto che si tratta di un’esperienza estremamente diffusa.
Ne ho parlato nel mio ultimo libro, Tornati dall’Aldilà (Rizzoli), perché negli ultimi quindici anni la stessa medicina ha studiato approfonditamente questi fenomeni, scoprendo che non sono affatto da considerarsi allucinazioni, ma sono esperienze reali, vissute da persone in stato di morte clinica. Gli studiosi (io ho citato specialmente i risultati di un’équipe olandese) si sono trovati a dover constatare che la coscienza (anzi una coscienza allargata, più capace di capire) continua a vivere fuori dal corpo anche dopo che le funzioni vitali del corpo e del cervello sono cessate. È quella che - con linguaggio giornalistico - ho chiamato «la prova scientifica dell’esistenza dell’anima». Questi stessi studiosi, con le loro analisi scientifiche, concludono che non si possono spiegare queste esperienze se non ricorrendo alla trascendenza.
Mi sono imbattuto personalmente in questo mistero con la vicenda di mia figlia e mi sono reso conto, dopo aver pubblicato il mio libro, che tanto grande è l’interesse popolare, della gente comune, quanto impossibile è in Italia una discussione sui giornali (o in altre sedi) fra intellettuali e studiosi, su questi fenomeni. C’è letteralmente paura di guardare la realtà. La nostra è la cultura dello struzzo, quello che mette la testa dentro la sabbia per non vedere qualcosa che non vuole vedere. C’è come una censura sull’Aldilà e - in fondo - sul nostro destino eterno: «Tutto cospira a tacere di noi/ un po’ come si tace un’onta/ forse un po’ come si tace/ una speranza ineffabile» (Rilke).
Ma paradossalmente la censura sull’Aldilà (e specialmente sull’Inferno) c’è anche in un certo mondo cattolico che ha adottato «la sociologia come criterio principale e determinante del pensiero teologico e dell’azione pastorale» (Paolo VI). Così accade che, paradossalmente, la scienza è arrivata a constatare il soprannaturale, in questi fenomeni, prima del mondo ecclesiastico e teologico.
Eppure la Vita oltre la vita sarebbe l’unica cosa davvero importante. La sola degna di meditazione. È il grande conforto nel dolore della vita. È stata la grande meta dei santi.Forse bisogna aver assaporato proprio il dolore della vita e della morte per capire. Per avere questo sguardo e questa saggezza. Per lasciarsi consolare dalla Realtà di quell’abbraccio di felicità.
Eric Clapton, alla tragica morte del suo bimbo, scrisse una canzone struggente, Tears in Heaven, dove fra l’altro diceva: «Oltre la porta c’è pace, ne sono sicuro/ E lo so: non ci saranno più lacrime in Paradiso».
di Antonio Socci

IO CHE COSA ATTENDO? (Benedetto XVI)



«L’attesa, l’attendere è una dimensione che attraversa tutta la nostra esistenza personale, familiare e sociale. L’attesa è presente in mille situazioni, da quelle più piccole e banali fino alle più importanti, che ci coinvolgono totalmente e nel profondo. Pensiamo, tra queste, all’attesa di un figlio da parte di due sposi; a quella di un parente o di un amico che viene a visitarci da lontano; pensiamo, per un giovane, all’attesa dell’esito di un esame decisivo, o di un colloquio di lavoro; nelle relazioni affettive, all’attesa dell’incontro con la persona amata, della risposta ad una lettera, o dell’accoglimento di un perdono… Si potrebbe dire che l’uomo è vivo finché attende, finché nel suo cuore è viva la speranza. E dalle sue attese l’uomo si riconosce: la nostra “statura” morale e spirituale si può misurare da ciò che attendiamo, da ciò in cui speriamo.
Ognuno di noi, dunque, specialmente in questo Tempo che ci prepara al Natale, può domandarsi: io, che cosa attendo? A che cosa, in questo momento della mia vita, è proteso il mio cuore? E questa stessa domanda si può porre a livello di famiglia, di comunità, di nazione. Che cosa attendiamo, insieme? Che cosa unisce le nostre aspirazioni, che cosa le accomuna?
Nel tempo precedente la nascita di Gesù, era fortissima in Israele l’attesa del Messia, … che avrebbe finalmente liberato il popolo … e instaurato il Regno di Dio. Ma nessuno avrebbe mai immaginato che il Messia potesse nascere da un’umile ragazza quale era Maria, promessa sposa del giusto Giuseppe. …
Impariamo da Lei, Donna dell’Avvento, a vivere i gesti quotidiani con uno spirito nuovo, con il sentimento di un’attesa profonda, che solo la venuta di Dio può colmare».
(Benedetto XVI, Angelus, 28 novembre 2010)

Gesù si abbandona ad una madre, ad un popolo nel mistero del Natale (omelia di Christian de Chergé, poi ucciso dai fondamentalisti islamici il 21 maggio 1996, assieme a sei suoi confratelli)


La notte di Natale del 1994, Christian de Chergé, priore del monastero cistercense Notre-Dame de Atlas a Tibhirine, in Algeria, teneva un’omelia a commento del passo evangelico “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”… Christian de Chergé, fu poi ucciso dai fondamentalisti islamici il 21 maggio 1996, assieme a sei suoi confratelli.
« La meraviglia di Dio per noi, la meraviglia dell’uomo per Dio è questo piccolo bambino avvolto in fasce, giacente, legato, affidato, abbandonato!… ‘Abbandonato’ ha anche un significato attivo, (quello) di colui che si lascia fare, condurre, portare, guidare; colui che abbandona la volontà propria per quella di un altro. Questo tipo di abbandono è “la morte della propria volontà”, diceva Francesco di Sales. È anche il “muoio prima di morire” dei sufi. Il bambino che cade all’indietro nelle braccia di suo Padre (Teresa del Bambino Gesù).
Per me “Gesù abbandonato” è là ed è il segno che ci è donato nella nostra notte, in tutte le nostre notti – non c’è abbandono senza notte, senza quest’atto di fiducia che implica l’ignoto…. Ed ecco precisamente che su questa culla di neonato, tutto abbandonato, è proclamata la Buona Novella della Pace per gli uomini che Dio ama, gli uomini ai quali va la sua benevolenza, ai quali vuole bene! Pace agli uomini che si abbandonano all’amore di Dio….
Dio ha assunto un altro volto per l’uomo: non più l’Onnipotente che si impone dall’alto, da lontano, ma questo Dio che si abbandona, fragile, dipendente, consegnato al ben volere di una madre, di una famiglia, e anche ai capricci di un popolo. In Dio, il Figlio non è che questo nelle mani del Padre. Ed è questo che viene a vivere tra le nostre mani affinché noi possiamo entrare in corrispondenza di cuore con Dio attraverso la piccola via di Natale, quella dell’abbandono amoroso al quotidiano dell’Eterno, una piccola via per noi, qui, adesso ».

Mille regali a Gesù Bambino (S.Teresa di Lisieux)

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Scrive von Balthasar: «Dormire e giocare sono le due occupazioni della Parola (cioè: del Verbo di Dio fatto bambino) che affascinano Teresa di Lisieux. Lei… si meravigliava sempre di fronte al Bambino e considerava il suo rapporto con Lui in maniera molto naturale e concreta».
Alla devozione di Teresa per la santa infanzia di Gesù corrisponde il suo quotidiano lavoro per restare “bambina”.
Un giorno spiegherà così tale programma spirituale: «Restare bambini davanti a Dio vuol dire riconoscere il proprio nulla, aspettare tutto dal Buon Dio come un bambino aspetta tutto dal suo papà. Non cercare di cambiare stato col crescere… È non attribuire mai a se stessi le virtù che si praticano… È non scoraggiarsi mai delle proprie colpe, perché i bambini cadono spesso, ma sono troppo piccoli per farsi male davvero».
… Si tratta di percorrere volentieri e di buon animo «la via dell’abbandono del bambino che si addormenta senza paura nelle braccia di suo padre». Abbandonarsi senza paura vuol dire accettare che il fondamento di tutto stia nella coscienza di appartenere, nella sicurezza di avere un Padre….
Quel che conta è l’amore con cui ci si abbandona: e, se questo è vero, tutto può essere utilizzato per testimoniare l’amore, e tutto è infinitamente importante a questo scopo.
… Con mille piccoli regali possiamo restituire a Dio ciò che Lui ci ha donato, ed Egli lo accoglie e lo rende sempre più prezioso, con un processo di continuo scambio d’amore, che dura tutta la vita.
( Antonio Maria Sicari, Una Santa Famiglia, pp. 68-70)

La scoperta del regalo più bello

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C’è stato un istante, mentre compravo gli ultimi regali di Natale in un negozio affollato – e fremevo per la coda alla cassa, e perché era tardi, e mi dicevo che certo intanto avevo preso anche una multa per la sosta vietata – c’è stato un istante in cui però mi sono bloccata a considerare gli orecchini a forma di campanella, detti “acchiappafate”, che stavo per regalare alla bambina. Mi sono fermata, in mezzo al casino della vigilia, a guardare quei due campanellini dorati con una strana e stupita tenerezza. Non per gli orecchini, ma per lei, al pensiero di come avrebbe sorriso nel vederli, e sarebbe corsa a metterseli davanti allo specchio, e sarebbe tornata tintinnando con i suoi acchiappafate. Lì in coda alla cassa improvvisamente ho smesso di rimuginare sul caos, sui vigili, sulla fretta e sono stata grata di avere tre figli, e una ancora bambina, e allegra come una farfalla, e di potere farle dei regali, che lei avrebbe aperto ansiosa e ridente….
Ma gli orecchini in mano dicevano: lei c’è, gli altri due e tuo marito ci sono, sono a casa, ti aspettano. Allora è stato come un fiotto di gratitudine: grazie di avermeli dati, e di ogni singolo minuto con loro. Io non avrei saputo, di quei tre, fabbricare un capello; e me li sono ritrovati in braccio affamati, strillanti, perfetti. Dal nulla, mi sono stati dati tre figli….
C’era, in un libro di Luigi Giussani di qualche anno fa, un passaggio all’apparenza semplice come una formula matematica. «Gratitudine, gratuità, letizia», diceva quella frase di ‘Il tempo e il Tempio’. Gratitudine, cioè riconoscimento di ciò che si ha, come un principio che può trasformarsi in gratuità di sguardo, e poi in letizia. Avevo letto e riletto quel passaggio, senza riuscire a capire davvero… Gratitudine, gratuità, letizia: pareva così semplice, ma non funzionava.
Il fatto è, credo, che riconoscere, vedere, non è uno sforzo di volontà, ma un dono (un dono da domandare anche per tutta la vita). Ma sarà poi duratura, mi chiedo diffidente,questa gratitudine passata addosso come una folata di vento? Non so. Non è cosa che appartenga, che si possieda. Forse la si può solo, ogni mattina, domandare.
(Marina Corradi, Tempi, 08 gennaio 2009)

sabato 29 novembre 2014

Incontro del Gruppetto del 24 Novembre

All'incontro erano presenti Gianni V.,Anna,Gianni T.,Renata,Betty,Adriana,Giulia,Roberto.Giorgio,Padre Agostino,Paola....ed io..
Un incontro per parlare della preghiera secondo S.Teresa D'Avila nel Castello interiore
Ho letto lo scritto di Antonio Socci riportato nell'articolo precedente e poi parlato della preghiera:


Vorrei riassumere in pochi punti la meditazione di P.Antonio


S.Teresa d.Avila ci insegna un particolare modo di Vivere l'Esperienza della Chiesa
Dottrina sicura,pane quotidiano di tanti ...sono i suoi scritti...li abbiamo letti ancora,sappiamo quali sono ?
Il "Castello Interiore" ,il principale,parla del mistero dell'essere umano..."NON SEI VUOTO!"
E dice innanzitutto che La storia della nostra vita è la storia della nostra preghiera ...
Rivediamo la nostra vita così......in profondità...Dio mi parla ed io gli rispondo...anche trascurandolo...
Gli atti di preghiera poi con l'attenzione alle parole che diciamo  ci aiutano alla vita di preghiera..

Facciamo il percorso DEL CASTELLO INTERIORE:

Io all'inizio sono il mendicante e sono al di fuori del ca stello di cui sono il padrone
La preghiera è la porta da cui entro a prendere possesso...e comincio a muovermi...

1)prima stanza----comincio pregando a domandarmi chi sono... ho orgoglio,tentazioni ma COSI'COME SONO c'è UNO che mi ama infinitamente...è uno stupore,,
2) Non ho più voglia di pregare!...mi vien voglia di lasciare..MA STO LI' LO  STESSO !
3)Mi ripiego su me stesso e sono tentato di giudicare gli altri perchè mi sento bravo..momento di fariseismo
4)Ma poi imparo, vincendomi,il RACCOGLIMENTO,L'ATTENZIONE  per poi potermi lanciare tra le Sue braccia
5)Come il Baco da Seta.....ora imparo a morire a me stesso per vivere in Lui..e arrivo al6)Fidanzamento Spirituale...vivo le prove,le difficoltà...ma NULLA MI PUO' SEPARARE DA LUI...comincio ad imparare ad amare veramente
7)Ecco Il Centro del Castello... il Matrimonio Spirituale.....Siete una cosa sola :Gesù si curerà di TE e Tu ti devi curare di Lui...
E' UNO SCAMBIO DI DONI

A che punto siamo?I punti possono ritornare ma poi tutto può accadere anche nella persona più impensata...

Antonio Socci su "Il castello interiore"

Come difendersi dal deserto che avanza

9 maggio 2011 / In News
Uno tsunami di chiacchiere, un’alluvione di sciocchezze e pure idiozie, una tracimazione di banali o ridicoli “secondo me” che pretenziosi sentenziano su tutto e tutti…
Come difendersi da questo assordante assedio di tv, internet e altri media che ci fanno perdere di vista la realtà e perfino la cognizione di noi stessi (e che forse proprio per far perdere la cognizione del dolore vengono fatti dilagare)?
Queste formidabili armi di “distrazione” di massa riescono a far credere ad alcuni miliardi di abitanti del pianeta, per giorni, che il matrimonio di due bamboccioni di buona famiglia a Londra sia “la” notizia da diffondere in mondovisione per ore e che debba elettrizzare l’umanità, che sia la notizia importante per la nostra vita.
Assai più delle tragedie del mondo (perlopiù oscurate) e pure della nostra esistenza concreta, delle nostre difficoltà, delle nostre intime e brucianti domande, della nostra personale ricerca del senso della vita.
“Tutto cospira a tacere di noi/ un po’ come si tace un’onta,/ forse po’ come si tace/ una speranza ineffabile” (Rilke).
Tutto cospira a cancellare la domanda “per cosa vale la pena vivere?” o “chi sono io?”, tutti si rassegnano al pensiero dominante, a ripetere quel che “si dice”, a vivere all’esterno di se stessi.
E così “tutti quelli che mi hanno incontrato è come se non m’avessero veduto” (Rimbaud).
Così ci lasciamo convincere addirittura che è bene non essere se stessi, che l’inautentico è un’opportunità, che tante maschere possano sostituire un volto assente.
Lo proclama un personaggio di Philip Roth nel romanzo ‘La controvita’:
“Tutto ciò che posso dirti con certezza è che io, per esempio, non ho un io, e che non voglio o non posso assoggettarmi alla buffonata di un io.
Quella che ho al posto dell’io è una varietà di interpretazioni in cui posso produrmi, e non solo di me stesso: un’intera troupe di attori che ho interiorizzato, una compagnia stabile alla quale posso rivolgermi quando ho bisogno di un io, uno stock in continua evoluzione di copioni e di parti che formano il mio repertorio.
Ma sicuramente non possiedo un io indipendente dai miei ingannevoli tentativi artistici di averne uno. E non lo vorrei. Sono un teatro e nient’altro che un teatro”.

Così siamo divenuti una dimora disabitata, estranea a noi stessi. Per questo la nostra generazione trova così arduo accompagnare i propri figli in quella fondamentale avventura che è la conoscenza di sé e l’esplorazione del mistero dell’esistenza.
E siccome però esplode da ogni fibra del nostro essere il bisogno di ritrovarci, di scoprire la nostra anima, siccome non possiamo sfuggire alla “nostalgia del totalmente altro”, allora l’industria delle parole ci rifila sui suoi scaffali i “prodotti spirituali”, i Mancuso, i Galimberti e perfino gli Scalfari…
Come se si potesse mai placare l’atavica sete di acqua fresca di un morente nel deserto, con un diluvio di confuse chiacchiere sull’acqua.
Converrebbe piuttosto scoprire guide autentiche, per farci accompagnare alla decifrazione della nostra condizione umana e verso sorgenti di acqua zampillante…
Ci sono due testimoni, due grandi anime, apparentemente molto diverse e lontane: Franz Kafka e santa Teresa d’Avila. Cos’hanno in comune lo scrittore praghese e la mistica spagnola?
Intanto nascono entrambi nella storia e nella sensibilità ebraica e poi hanno scritto due libri – a distanza di tre secoli e mezzo – con un titolo quasi identico: “Il Castello”, nel caso di Kafka e “Il castello interiore” nel caso di Teresa d’Avila.
Per entrambi il “castello” è la metafora della misteriosa fortezza dell’anima, dell’autenticità. E’ stato Antonio Sicari ad accostare, in un suo piccolo volume – “Fortezze accessibili” (edizioni Ocd) – questi due grandi e i loro due libri.
Il “Castello” di Kafka racconta – secondo la sintesi di Sicari – di “un impiegato che giunge nel villaggio situato ai piedi del Castello da cui è stato ufficialmente convocato per assumervi il posto di agrimensore (geometra)”.
Quella “convocazione” del protagonista, identificato come “K.”, è la chiamata ad esistere (dal nulla) e al grande compito della vita.
“Ma nel Castello egli non riesce ad entrare a causa di mille difficoltà e mille intralci burocratici.. Il suo contratto d’assunzione è regolare e non può essere sciolto, ma è stato fatto nell’epoca in cui al Castello c’era veramente bisogno di un geometra, poi la pratica è andata smarrita per anni, quando finalmente è stata ritrovata e spedita già non c’era più bisogno di lui”.
Lo “spaesamento” del protagonista, ci avverte Sicari, è quello dell’uomo moderno: “gettato in un mondo dove non è atteso, dove è di troppo, dove nessuno ha bisogno di lui”.
Infatti l’ostessa del villaggio dice a K. : “lei non è del Castello, lei non è del paese, lei non è nulla”.
A dire il vero c’è stata un’occasione in cui K. poteva entrare finalmente nel Castello: “di fatto c’è un istante notturno in cui sembra che gli venga offerta una qualche possibilità, ma, proprio in quel momento, K. è intontito dal sonno e non ha la forza di rendersene conto”.
Quante volte un avvenimento, un incontro, un fatto, un volto ti fa intuire o ti spalanca la possibilità di ritrovare te stesso, ma poi quella possibilità di una vita diversa non fiorisce, non diventa una storia, viene perduta nella distrazione, a causa del nostro torpore, sprecata dalla nostra mancata adesione, dalle nebbie della sonnolenta esistenza “fuori” di noi.
Cosa ci sia dentro il Castello, cioè cosa si perde a starne fuori, lo racconta Il Castello interiore: “Anche Teresa” spiega Sicari “parla di un uomo ‘estraneo’ al Castello e ne parla in termini ancora più radicali (dato che, nella sua opera, l’uomo esiliato diventa sempre più simile alle bestie), ma ella ha anche insegnato la possibilità, e perfino il dovere, di ‘entrare’ nel Castello, di ‘abbellire e abitare’ progressivamente tutte le sue dimore e perfino di raggiungere l’appartamento regale dove si è amorevolmente attesi”.
Dal tempo di Teresa all’epoca moderna cosa è accaduto? E’ diventato più difficile incontrare delle “guide” che aprano le porte del Castello e ti accompagnino a gustarne le delizie.
Infatti K. non trova intermediari, non trova chi lo aiuti:  “è alla spasmodica ricerca di un qualche amico, anche miserabile” nota Sicari, ma “non c’è mediatore alcuno, non c’è Messia”.
Il nostro è il tempo della povertà, quello in cui è più difficile incontrare i santi, gli amici del Salvatore, è più difficile riconoscerli e seguirli.
Eppure Dio ci raggiunge comunque attraverso il “divino drappello” dei suoi santi che è la Chiesa.
E’ proprio la “detestata” (dal mondo) Chiesa che può accompagnare l’uomo nel Castello in cui è stato chiamato a regnare.
Un po’ come lo “stalker” dell’omonimo film di Tarkovskij (un ex detenuto del lager, uno che a un certo punto mette sulla testa una corona di spine) accompagna chi lo chiede nella “zona” dove si trova la misteriosa “stanza dei desideri”.
Scrive Wittgenstein  “Questo tendere all’assoluto, che fa sembrare troppo meschina qualsiasi felicità terrena… mi sembra stupendo, sublime, ma io fisso il mio sguardo nelle cose terrene: a meno che ‘Dio’ non mi visiti”.
Il Re dei Cieli ci visita e noi non ce ne accorgiamo, pieni di sonno, storditi dalle chiacchiere e dal frastuono della vita esteriore (fuori dal Castello) che non ci fa accorgere della sua voce che ci chiama.
Cosicché Eliot poteva scrivere: “Conoscenza del linguaggio, ma non del silenzio/ Conoscenza delle parole e ignoranza del Verbo/…/ Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo?/ Dov’è la sapienza che abbiamo perduto nell’informazione?”.
Antonio Socci
Da “Libero”, 8 maggio 2011

giovedì 20 novembre 2014

«Si può essere santi nelle piccole cose» - Udienza del Papa del 19 Novembre

 
Cari fratelli e sorelle, buongiorno.
Un grande dono del Concilio Vaticano II è stato quello di aver recuperato una visione di Chiesa fondata sulla comunione, e di aver ricompreso anche il principio dell’autorità e della gerarchia in tale prospettiva. Questo ci ha aiutato a capire meglio che tutti i cristiani, in quanto battezzati, hanno uguale dignità davanti al Signore e sono accomunati dalla stessa vocazione, che è quella alla santità (cfr Cost. Lumen gentium, 39-42). Ora ci domandiamo: in che cosa consiste questa vocazione universale ad essere santi? E come possiamo realizzarla?
1. Innanzitutto dobbiamo avere ben presente che la santità non è qualcosa che ci procuriamo noi, che otteniamo noi con le nostre qualità e le nostre capacità. La santità è un dono, è il dono che ci fa il Signore Gesù, quando ci prende con sé e ci riveste di se stesso, ci rende come Lui. Nella Lettera agli Efesini, l’apostolo Paolo afferma che «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa» (Ef 5,25-26). Ecco, davvero la santità è il volto più bello della Chiesa, il volto più bello: è riscoprirsi in comunione con Dio, nella pienezza della sua vita e del suo amore. Si capisce, allora, che la santità non è una prerogativa soltanto di alcuni: la santità è un dono che viene offerto a tutti, nessuno escluso, per cui costituisce il carattere distintivo di ogni cristiano.
2. Tutto questo ci fa comprendere che, per essere santi, non bisogna per forza essere vescovi, preti o religiosi: no, tutti siamo chiamati a diventare santi! Tante volte, poi, siamo tentati di pensare che la santità sia riservata soltanto a coloro che hanno la possibilità di staccarsi dalle faccende ordinarie, per dedicarsi esclusivamente alla preghiera. Ma non è così! Qualcuno pensa che la santità è chiudere gli occhi e fare la faccia da immaginetta. No! Non è questo la santità! La santità è qualcosa di più grande, di più profondo che ci dà Dio. Anzi, è proprio vivendo con amore e offrendo la propria testimonianza cristiana nelle occupazioni di ogni giorno che siamo chiamati a diventare santi. E ciascuno nelle condizioni e nello stato di vita in cui si trova. Ma tu sei consacrato, sei consacrata? Sii santo vivendo con gioia la tua donazione e il tuo ministero. Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa. Sei un battezzato non sposato? Sii santo compiendo con onestà e competenza il tuo lavoro e offrendo del tempo al servizio dei fratelli. “Ma, padre, io lavoro in una fabbrica; io lavoro come ragioniere, sempre con i numeri, ma lì non si può essere santo…” – “Sì, si può! Lì dove tu lavori tu puoi diventare santo. Dio ti dà la grazia di diventare santo. Dio si comunica a te”. Sempre in ogni posto si può diventare santo, cioè ci si può aprire a questa grazia che ci lavora dentro e ci porta alla santità. Sei genitore o nonno? Sii santo insegnando con passione ai figli o ai nipoti a conoscere e a seguire Gesù. E ci vuole tanta pazienza per questo, per essere un buon genitore, un buon nonno, una buona madre, una buona nonna, ci vuole tanta pazienza e in questa pazienza viene la santità: esercitando la pazienza. Sei catechista, educatore o volontario? Sii santo diventando segno visibile dell’amore di Dio e della sua presenza accanto a noi. Ecco: ogni stato di vita porta alla santità, sempre! A casa tua, sulla strada, al lavoro, in Chiesa, in quel momento e nel tuo stato di vita è stata aperta la strada verso la santità. Non scoraggiatevi di andare su questa strada. E’ proprio Dio che ci dà la grazia. Solo questo chiede il Signore: che noi siamo in comunione con Lui e al servizio dei fratelli.
3. A questo punto, ciascuno di noi può fare un po’ di esame di coscienza, adesso possiamo farlo, ognuno risponde a se stesso, dentro, in silenzio: come abbiamo risposto finora alla chiamata del Signore alla santità? Ho voglia di diventare un po’ migliore, di essere più cristiano, più cristiana? Questa è la strada della santità. Quando il Signore ci invita a diventare santi, non ci chiama a qualcosa di pesante, di triste… Tutt’altro! È l’invito a condividere la sua gioia, a vivere e a offrire con gioia ogni momento della nostra vita, facendolo diventare allo stesso tempo un dono d’amore per le persone che ci stanno accanto. Se comprendiamo questo, tutto cambia e acquista un significato nuovo, un significato bello, un significato a cominciare dalle piccole cose di ogni giorno. Un esempio. Una signora va al mercato a fare la spesa e trova una vicina e incominciano a parlare e poi vengono le chiacchiere e questa signora dice: “No, no, no io non sparlerò di nessuno.” Questo è un passo verso la santità, ti aiuta a diventare più santo. Poi, a casa tua, il figlio ti chiede di parlare un po’ delle sue cose fantasiose: “Oh, sono tanto stanco, ho lavorato tanto oggi…” – “Ma tu accomodati e ascolta tuo figlio, che ha bisogno!”. E tu ti accomodi, lo ascolti con pazienza: questo è un passo verso la santità. Poi finisce la giornata, siamo tutti stanchi, ma c’è la preghiera. Facciamo la preghiera: anche questo è un passo verso la santità. Poi arriva la domenica e andiamo a Messa, facciamo la comunione, a volte preceduta da una bella confessione che ci pulisca un po’. Questo è un passo verso la santità. Poi pensiamo alla Madonna, tanto buona, tanto bella, e prendiamo il rosario e la preghiamo. Questo è un passo verso la santità. Poi vado per strada, vedo un povero un bisognoso, mi fermo gli domando, gli do qualcosa: è un passo alla santità. Sono piccole cose, ma tanti piccoli passi verso la santità. Ogni passo verso la santità ci renderà delle persone migliori, libere dall’egoismo e dalla chiusura in se stesse, e aperte ai fratelli e alle loro necessità.
Cari amici, nella Prima Lettera di san Pietro ci viene rivolta questa esortazione: «Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio. Chi parla, lo faccia come con parole di Dio; chi esercita un ufficio, lo compia con l’energia ricevuta da Dio, perché in tutto venga glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo» (4,10-11). Ecco l’invito alla santità! Accogliamolo con gioia, e sosteniamoci gli uni gli altri, perché il cammino verso la santità non si percorre da soli, ognuno per conto proprio, ma si percorre insieme, in quell’unico corpo che è la Chiesa, amata e resa santa dal Signore Gesù Cristo. Andiamo avanti con coraggio, in questa strada della santità.

AUDIO DEL CASTELLO INTERIORE DI SANTA TERESA D'AVILA

http://www.parrocchiasanmichele.eu/download/category/33-castello-interiore-di-santa-teresa-d-avila.html
Ascolta e scarica l'audio del libro letto dall'emittente RADIO MARIA

( da un sito sito interessantissimo con tanti testi e audio)http://www.parrocchiasanmichele.eu

TESTO INTEGRALE DEL CASTELLO INTERIORE DI S.TERESA D'AVILA (Link)

clicca sopra e puoi leggere e salvare sul tuo computer questo bellissimo scritto di S.Teresa sulla preghiera

Scuola di Cristianesimo del 14 Novembre 2014, fatta da P.Antonio

Vorrei riassumere in pochi punti la meditazione

S.Teresa d.Avila ci insegna un particolare modo di Vivere l'Esperienza della Chiesa
Dottrina sicura,pane quotidiano di tanti ...sono i suoi scritti...li abbiamo letti ancora,sappiamo quali sono ?
Il "Castello Interiore" ,il principale,parla del mistero dell'essere umano..."NON SEI VUOTO!"
E dice innanzitutto che La storia della nostra vita è la storia della nostra preghiera ...
Rivediamo la nostra vita così......in profondità...Dio mi parla ed io gli rispondo...anche trascurandolo...
Gli atti di preghiera poi con l'attenzione alle parole che diciamo  ci aiutano alla vita di preghiera..

Facciamo il percorso DEL CASTELLO INTERIORE:

Io all'inizio sono il mendicante e sono al di fuori del ca stello di cui sono il padrone
La preghiera è la porta da cui entro a prendere possesso...e comincio a muovermi...

1)prima stanza----comincio pregando a domandarmi chi sono... ho orgoglio,tentazioni ma COSI'COME SONO c'è UNO che mi ama infinitamente...è uno stupore,,
2) Non ho più voglia di pregare!...mi vien voglia di lasciare..MA STO LI' LO  STESSO !
3)Mi ripiego su me stesso e sono tentato di giudicare gli altri perchè mi sento bravo..momento di fariseismo
4)Ma poi imparo, vincendomi,il RACCOGLIMENTO,L'ATTENZIONE  per poi potermi lanciare tra le Sue braccia
5)Come il Baco da Seta.....ora imparo a morire a me stesso per vivere in Lui..e arrivo al6)Fidanzamento Spirituale...vivo le prove,le difficoltà...ma NULLA MI PUO' SEPARARE DA LUI...comincio ad imparare ad amare veramente
7)Ecco Il Centro del Castello... il Matrimonio Spirituale.....Siete una cosa sola :Gesù si curerà di TE e Tu ti devi curare di Lui...
E' UNO SCAMBIO DI DONI

A che punto siamo?I punti possono ritornare ma poi tutto può accadere anche nella persona più impensata...
Spero di aver riassunto abbastanza bene...mandatemi le vostre osservazioni,anche approfondimenti ecc...Grazie!

Un abbraccio                                                                                        
Valter

sabato 15 novembre 2014

La storia della matita ( Paulo Coelho ) - “Dipende tutto dal modo in cui guardi le cose".


Il bambino guardava la nonna scrivere una lettera. A un certo punto, le domandò:
“Stai scrivendo una storia che è capitata a noi? E che magari parla di me.”
La nonna interruppe la scrittura, sorrise e disse al nipote:
“È vero, sto scrivendo qualcosa di te. Tuttavia, più importante delle parole, è la matita con la quale scrivo. Vorrei che la usassi tu, quando sarai cresciuto.”
Incuriosito, il bimbo guardò la matita, senza trovarvi alcunché di speciale.
“Ma è uguale a tutte le altre matite che ho visto nella mia vita!”

la storia della matita paulo coelho

Dipende tutto dal modo in cui guardi le cose.
Questa matita possiede cinque qualità: se riuscirai a trasporle nell’esistenza, sarai sempre una persona in pace con il mondo.

  1. “Prima qualità: puoi fare grandi cose, ma non devi mai dimenticare che esiste una Mano che guida i tuoi passi. ‘Dio’: ecco come chiamiamo questa mano! Egli deve condurti sempre verso la Sua volontà.
  2. “Seconda qualità: di tanto in tanto, devo interrompere la scrittura ed usare il temperino. È un’operazione che provoca una certa sofferenza alla matita ma, alla fine, essa risulta più appuntita. Ecco perché devi imparare a sopportare alcuni dolori: ti faranno diventare un uomo migliore.
  3. “Terza qualità: il tratto della matita ci permette di usare una gomma per cancellare ciò che è sbagliato. Correggere un’azione o un comportamento non è necessariamente qualcosa di negativo: anzi, è importante per riuscire a mantenere la retta via della giustizia.
  4. “Quarta qualità: ciò che è realmente importante nella matita non è il legno o la sua forma esteriore, bensì la grafite della mina racchiusa in essa. Dunque presta sempre attenzione a quello che accade dentro di te.
  5. “Quinta qualità: essa lascia sempre un segno. Allo stesso modo, tutto ciò che farai nella vita lascerà una traccia: di conseguenza, impegnati per avere piena coscienza di ogni tua azione.” 

Don Bosco, Il Musical (COMPLETO!) diviso in 7 parti

 
Dopo il successo di Forza venite gente e Madre Teresa, il regista Piero Castellacci torna in scena con un musical dedicato alla figura di un grande innovatore dell'educazione e della storia religiosa italiana: don Bosco, un prete che viveva in mezzo alla gente, sulla strada, un operaio di Dio. Un prete che aiutava i giovani a sottrarsi alla malavita e li educava ai valori. Un grande uomo con un cuore semplice e un’immensa umiltà.

Lo spettacolo, ora disponibile in dvd, vede come protagonista, nel ruolo di don Bosco, il noto cantante e presentatore Marcello Cirillo, che insieme a un cast di validi artisti, attraverso la magia del teatro e della musica, ripercorre la vita del santo fondatore della congregazione dei Salesiani.

domenica 9 novembre 2014

UN FILM BELLISSIMO....IL GIARDINO SEGRETO...Vedi completo....

http://videopremium.tv/5o7835tsxivx  clicca qui per vedere il film (su watch free(verde) e aspetta..).

...Un giorno Mary, mentre sta girando per il giardino, vede e insegue un pettirosso. Scopre un giardino segreto e nota che è protetto da un passaggio. Per caso incontra Dickon, un bambino di 12 anni, fratello minore della serva Martha. Mary decide così di cercare la chiave del giardino insieme a Dickon. Girando per il castello scopre una stanza abbandonata, che era la stanza della zia, in un portagioie trova la chiave della porta che conduce al giardino. Il giardino è chiuso da molti anni e Mary non riesce a capire se è vivo o no, Dickon la aiuta. Scoprono che il giardino è vivo, decidono quindi di prendersene cura per riportarlo allo splendore di un tempo. Piantano tanti fiori e tornano lì spesso, sempre in segreto...

(Il giardino.....non ci viene in mente il giardino che è il Carmelo? )  Buona visione!

SUOR PASCALINA -IL FILM SULLA SUORA CHE FU COLLABORATRICE DI PAPA PIO XII

http://gloria.tv/?media=580879&language=o9CtE7uatTg 8
clicca sopra l'indirizzo gloria tv per vedere il Film completo   Ciao !!!!!

Il film è incentrato sulla figura della suora bavarese che per quasi quarant’anni fu collaboratrice di monsignor Eugenio Pacelli diventato poi papa Pio XII.
Suor Pascalina fu la prima donna ad avere un ruolo importante nell'amministrazione del Vaticano.
Josefine Lehnert (suor Pascalina) vive in famiglia fino agli anni dell'adolescenza. Suo padre si oppone con violenza alle sue aspirazioni: le impedisce di studiare e vorrebbe farle rinnegare la vocazione spirituale. Ma la vocazione della ragazza è così forte che la conduce nel convento della congregazione delle Suore di Menzingen della Santa Croce. Diviene poi inviata della madre superiora Tharsilla Tanner per sostenere come governante Eugenio Pacelli, a sua volta inviato a Monaco dalla Santa Sede per portare a compimento il Concordato con la Baviera. Il rigore e la conoscenza delle Scritture e il coinvolgimento nella redazione dei documenti, distinguono Suor Pascalina e costituiscono un valore importante per Pacelli. In seguito il Vaticano affida a quest'ultimo la Nunziatura Apostolica di Berlino. A causa della sua vicinanza al Nunzio, suor Pascalina, viene fatta oggetto di critiche e accusata di aver trasgredito alle regole ecclesiastiche.
In seguito Pacelli è eletto Papa con il nome di Pio XII. Monsignor Wilson cerca in tutti i modi di ostacolare suor Pascalina ma non ci riesce.

Durante i mesi terribili dell'occupazione tedesca di Roma, Pio XII affida a suor Pascalina il compito di aprire conventi e chiese per sottrarre gli ebrei alla deportazione. Alla morte del Papa, nel 1958, Suor Pascalina lascia il Vaticano. (Da wikipedia)

Mater Amabilis...nel sito del MEC Libanese...veramente mi sono commosso!

http://www.mecliban.com/index.php/hymn

Il Papa saluta il MEC con in sottofondo la bandiera del Libano tenuta dai nostri amici
Clicca sopra l'indirizzo http ....per leggere e sentire....in comunione con  nostri fratelli libanesi.......

Esercizi Spirituali 2014 Movimento Ecclesiale Carmelitano in Libano...con P.Gianni,il nostro Gianni,Luciano e Stefania

Tutte le fotografie......http://www.mecliban.com/index.php/exsp/365-exercices-spirituelles-liban-2014


Alcune fotografie con Gianni...









The miracle of life-Il miracolo della vita (Video meraviglioso)....Associazione Scienza e Vita....

"Con la nostra associazione “Scienza&Vita”, in collaborazione con tante altre associazioni a favore della vita umana, stiamo combattendo una vera “battaglia” antropologica: difendere l’uomo, dal suo concepimento alla morte naturale, senza “se” e senza “ma”. Come credenti sappiamo bene che la vita è un dono di Dio e appartiene solo a Lui. Noi la riceviamo come dono, compiendo il nostro “pellegrinaggio” terreno, per restituirla a Lui, che ci darà allora la “vita senza fine”. Ma coloro che sono o si definiscono “non credenti” sanno bene che la vita è il maggiore dei beni e il più grande dei diritti. È il maggiore dei beni perché è il bene che rende possibile tutto il bene. È il maggiore dei diritti perché è fondamento di altri diritti: il bene dell’istruzione o della salute, il diritto alla libertà o allo studio hanno senso sempre e quando ci rivolgiamo a un vivo. Quando distruggiamo una vita, ogni bene e diritto decade, si converte in pura teoria, e la morte, dolorosa e ineludibile realtà, non può essere mai un “diritto” proprio perché annulla in concreto ogni diritto e ogni bene".

(Massimo Gandolfini... Massimo Gandolfini ha 62 anni, è sposato, ha sette figli adottati e ha già quattro nipotini. Si è laureato in Medicina e Chirurgia nel 1977 specializzandosi in Neurochirurgia, Neurologia e Psichiatria. Attualmente è Associato in Neurochirurgia, Direttore del Dipartimento di Neuroscienze della Fondazione Poliambulanza dell’Istituto Ospedaliero di Brescia, Vicepresidente nazionale dell’Associazione Scienza&Vita e Consultore neurochirurgo della Sacra Congregazione per le Cause dei Santi presso la Santa Sede.)