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lunedì 30 gennaio 2012

domenica 29 gennaio 2012

Il primo incontro con Gesù.... scritto di Don Giussani...un aiuto per prepararci all'incontro di Scuola di Cristianesimo di domani

....«Quel giorno Giovanni stava ancora là con due discepoli. Fissando lo sguardo su Gesù che passava disse…». Immaginatevi la scena, dunque. Dopo 150 anni che lo aspettavano, finalmente il popolo ebraico, che sempre, per tutta la sua storia, per due millenni, aveva avuto qualche profeta, qualcheduno riconosciuto profeta da tutti, dopo 150 anni, finalmente il popolo ebraico, ebbe di nuovo il profeta: si chiamava Giovanni Battista. Ne parlano anche altri scritti dell’antichità, è documentato storicamente, quindi. Tutta la gente – ricchi e poveri, pubblicani e farisei, amici e contrari – andava a sentirlo e a vedere il modo con cui viveva, al di là del Giordano, in terra deserta, di locuste e di erbe selvatiche. Aveva sempre un crocchio di persone attorno. Tra queste persone quel giorno c’erano anche due che andavano per la prima volta e venivano, diciamo, dalla campagna – veramente venivano dal lago, che era abbastanza lontano ed era fuori del giro delle città evolute –. Erano là come due paesani che per la prima volta vengano in città, spaesati, e guardavano con gli occhi sbarrati tutto quel che stava attorno e soprattutto lui. Erano là con la bocca aperta e gli occhi spalancati a guardare lui, a sentire lui, attentissimi.
Improvvisamente uno del gruppo, un giovane uomo, se ne parte, prende il sentiero lungo il fiume per andare verso il nord. E Giovanni Battista immediatamente, fissandolo, grida: «Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato dal mondo!». Ma la gente non si mosse, erano abituati a sentire il profeta ogni tanto esprimersi in frasi strane, incomprensibili, senza nesso, senza contesto; perciò, la maggior parte dei presenti non ci fece caso. I due che venivano per la prima volta ed erano là che pendevano dalle sue labbra, che guardavano gli occhi suoi, seguivano i suoi occhi dovunque girasse lo sguardo, hanno visto che fissava quell’individuo che se ne andava, e si sono messi alle sue calcagna. Lo seguirono stando a distanza, per timore, per vergogna, ma stranamente, profondamente, oscuramente e suggestivamente incuriositi. «Quei due discepoli, sentendolo parlar così, seguirono Gesù. Gesù si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbi, dove abiti?”. Disse loro: “Venite a vedere”». È questa la formula, la formula cristiana. Il metodo cristiano è questo: «Venite a vedere». «E andarono, e videro dove abitava, e si fermarono presso di lui tutto quel giorno.
Erano circa le 4 del pomeriggio». Non specifica quando partirono, quando gli andarono dietro; tutto il brano, anche quello seguente, è fatto di appunti, come dicevo prima: le frasi finiscono in un punto che dà per scontato che si sappiano già tante cose. Per esempio: «Erano circa le 4 del pomeriggio»; ma quando andarono via, quando andarono là, chi lo sa? Comunque sia, erano le 4 del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni Battista e lo avevano seguito si chiamava Andrea, era il fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo proprio suo fratello Simone che tornava dalla spiaggia – tornava o dalla pescagione o dal rassettare le reti necessarie al pescatore – e gli dice: «Abbiamo trovato il Messia». Non narra nulla, non cita nulla, non documenta nulla, è risaputo, è chiaro, sono appunti di cose che tutti sanno! Poche pagine si possono leggere così realisticamente veritiere, così semplicemente veritiere, dove non una parola è aggiunta al puro ricordo.
Come ha fatto a dire: «Abbiamo trovato il Messia»? Gesù, parlando loro avrà detto questa parola, che era nel loro vocabolario; perché dire che quello fosse il Messia, “in quattro e quattro otto” così asseverato, sarebbe stato impossibile. Ma si vede che, stando là ore e ore ad ascoltare quell’uomo, vedendolo, guardandolo parlare – chi è che parlava così? Chi aveva mai parlato così? Chi aveva detto quelle cose? Mai sentite! Mai visto uno così! –, lentamente dentro il loro animo si faceva strada l’espressione: «Se non credo a quest’uomo non credo più a nessuno, neanche ai miei occhi». Non che l’abbiano detto, non che l’abbiano pensato, l’hanno sentito, non pensato. Avrà dunque detto, quell’uomo, tra l’altro, che era lui colui che doveva venire, il Messia che doveva venire. Ma era stato così ovvio nella eccezionalità dell’annuncio, che loro hanno portato via quella affermazione come se fosse una cosa semplice – era una cosa semplice! –, come se fosse una cosa facile da capire....

... Un uomo che ha detto: «Io sono la via» è un fatto storico accaduto, la cui prima descrizione è dentro questa mezza pagina che ho iniziato a leggere. E ognuno di noi sa che è accaduto. Nulla è accaduto al mondo di così impensato ed eccezionale come quell’uomo di cui stiamo parlando: Gesù di Nazareth.
Ma quei due, i primi due, Giovanni e Andrea – Andrea era molto probabilmente sposato con figli – come hanno fatto a essere così conquisi subito e a riconoscerlo (non c’è un’altra parola da dire, diversa da riconoscerlo)? Dirò che, se questo fatto è accaduto, riconoscere quell’uomo, chi era quell’uomo, non chi era fino in fondo e dettagliatamente, ma riconoscere che quell’uomo era qualcosa di eccezionale, di non comune – era assolutamente non comune –, irriducibile ad ogni analisi, riconoscere questo doveva essere facile.l’eccezionale? Perché senti «eccezionale» una cosa eccezionale? Perché corrisponde alle attese del cuore tuo, per quanto confuse e n Se Dio diventasse uomo, venisse tra di noi, se venisse ora, se si fosse intrufolato nella nostra folla, fosse qui tra noi, riconoscerlo, a priori dico, dovrebbe essere facile: facile riconoscerlo nel suo valore divino. Perché è facile riconoscerlo? Per una eccezionalità, per una eccezionalità senza paragone. Io ho davanti una eccezionalità, un uomo eccezionale, senza paragone. Cosa vuol dire eccezionale? Cosa vorrà dire? Perché ti fa colpo? Corrisponde d’improvviso – d’improvviso! –, alle esigenze del tuo animo, del tuo cuore, alle esigenze irresistibili, innegabili del tuo cuore come mai avresti potuto immaginare, prevedere, perché non c’è nessuno come quell’uomo. L’eccezionale, cioè, è, paradossalmente, l’apparire di ciò che è più naturale per noi.
Che cos’è naturale per me? Che quello che desidero avvenga. Più naturale di questo! Che quello che più desidero più avvenga: questo è naturale. Scontrarsi con qualcosa di assolutamente e profondamente naturale, perché corrispondente alle esigenze del cuore che la natura ci ha dato, è una cosa assolutamente eccezionale. È come una strana contraddizione: ciò che accade non è mai eccezionale, veramente eccezionale, perché non riesce a rispondere adeguatamente alle esigenze del cuore. S’accenna alla eccezionalità quando qualcosa fa battere il cuore per una corrispondenza che si crede di un certo valore e che il giorno dopo sconfesserà, che l’anno dopo annullerà.
È l’eccezionalità con cui appare la figura di Cristo ciò che rende facile il riconoscerlo. Bisogna immaginarsi, l’ho detto, occorre immedesimarsi in questi avvenimenti. Se si pretende di giudicarli, se si vuole giudicarli, non dico capirli, ma giudicarli sostanzialmente, se veri o falsi, è la sincerità della tua immedesimazione che rende vero il vero e non falso, e non rende dubitoso il tuo cuore del vero. È facile riconoscerlo come ontologia divina perché è eccezionale: corrisponde al cuore, e uno ci sta e non andrebbe mai via – che è il segno della corrispondenza col cuore –. Non andrebbe mai via, e lo seguirebbe tutta la vita. E infatti lo seguirono gli altri tre anni che lui visse....(Don Giussani)

Quello che manca al mondo - Ivano Fossati ......è un poco di silenzio...

   
Video dedicato a coloro che non hanno mai tempo
per fare silenzio,
e nel silenzio riprendere a respirare
e a far battere il cuore per chi ci ama....

sabato 28 gennaio 2012

Spiedo col Gruppetto e gli amici...

Gianni ci ha offerto un buonissimo spiedo,stassera in Castello dai Frati Carmelitani...Sono state invitate tante persone oltre ai componenti del gruppetto..
.E' stata una bellissima serata...in amicizia,anche tra i canti e le risate...Il devoluto,offerta libera, è stato raccolto per essere portato alla segreteria del Mec e poi destinato alle famiglie in difficoltà economiche...Questa iniziativa si ripete già da alcuni anni ed è sempre più partecipata e riuscita.



Ora deliziamoci su cos'è lo spiedo...

Principe della tavola dei bresciani, lo spiedo è una sorta di simbolo della nostra provincia e ognuno – diciamocelo – è convinto di possedere la sua personale ricetta perfetta. Non solo talvolta la scelta degli ingredienti varia da area geografica o singolo paese, ma anche di famiglia in famiglia, con varianti e segreti che si tramandano gelosamente per generazioni. Da chi ci mette il coniglio a chi non lesina sulle patate, discutendo se sia meglio il “mombolì/lumbulì! di lonza o quello più grasso di coppa, per non parlare su quanto sale e burro utilizzare…
il dibattito va avanti da secoli: di spiedo a Brescia si parla infatti già nel medioevo! Tagliare la carne (ma anche tradizionalmente procurarsi gli uccellini), preparare le prese, spiedare, salare il giusto, star dietro al fuoco perché non si esageri con le braci (di legna di vite vecchia o di ulivo vorrebbero le leggende, altro che carbone a legna), “untare” al momento e al punto giusto, per far si che non venga troppo asciutto… tutto è un’arte.......bravo Gianni !E Grazie!

giovedì 26 gennaio 2012

Benedetto XVI e la giornata delle comunicazioni sociali...Luca Doninelli...

Parole che condividiamo tutti noi del Blog. 
"Non si può non restare stupiti che tutto il discorso del Papa Benedetto XVI, nella giornata delle Comunicazioni, sia dedicato al silenzio.
«Il silenzio», dice, «è parte integrante della comunicazione e senza di esso non esistono parole dense di contenuto». E poi: «Tacendo si permette all’altra persona di parlare, di esprimere se stessa, e a noi di non rimanere legati, senza un opportuno confronto, soltanto alle nostre parole o alle nostre idee».
Il silenzio aiuta a meglio comprendere il linguaggio non verbale: occhi, volto, corpo. E a rispettare meglio chi ci sta davanti. Ci sono parole dedicate a internet e ai pericoli che il suo uso comporta: «Ai nostri giorni, la Rete sta diventando sempre di più il luogo delle domande e delle risposte; anzi, spesso l’uomo contemporaneo è bombardato da risposte a quesiti che egli non si è mai posto e a bisogni che non avverte». Esiste dunque un rumore che ha soltanto l’apparenza del silenzio: nel silenzio vero il nostro essere si apre infatti per discernere le domande vere da quelle soltanto indotte.
Eppure Benedetto XVI non demonizza la Rete, anzi, ne sottolinea le possibilità, come nel fulminante passaggio in cui valorizza il linguaggio dei social network, ritenuto solitamente poco profondo perché fonda la propria efficacia sulla brevità, e si sa che la brevità aiuta più l’espressione degli istinti che la riflessione. Eppure, con sorpresa mia e, credo, di molti, ecco le parole inaspettate: «Sono da considerare con interesse le varie forme di siti, applicazioni e reti sociali che possono aiutare l’uomo di oggi a vivere momenti di riflessione e di autentica domanda, ma anche a trovare spazi di silenzio, occasioni di preghiera, meditazione o condivisione della Parola di Dio. Nella essenzialità di brevi messaggi, spesso non più lunghi di un versetto biblico, si possono esprimere pensieri profondi se ciascuno non trascura di coltivare la propria interiorità»...
Al centro di tutto il discorso di Benedetto XVI c’è una sollecita preoccupazione per l’uomo e il suo destino, con una tenerezza che non concede difese. Anche l’affollamento verbale della Rete e dei blog ci parlano dell’ «inquietudine dell’essere umano sempre alla ricerca di verità, piccole o grandi, che diano senso e speranza all’esistenza».
Perché esista vero dialogo occorre l’ascolto, perché esista l’ascolto occorre una vera, appassionata curiosità, e a tutto questo il silenzio è necessario, perché «l’uomo non può accontentarsi di un semplice e tollerante scambio di scettiche opinioni ed esperienze di vita».
Ma il silenzio non è certo una tecnica, un’abitudine etica, una norma di igiene mentale. Non è per “stare meglio con noi stessi”, come si dice oggi, che il Papa ci parla del silenzio. Il problema non è quello di starsene più zitti e parlare di meno. Il silenzio è, piuttosto, la forma dell’apertura del nostro essere di creature, che tutto hanno da ricevere dalla bontà di Chi li fa istante per istante, come dice il bellissimo Salmo 147:
Così nel silenzio pieno di stupore emerge «quella Parola eterna per mezzo della quale fu fatto il mondo, e si coglie quel disegno di salvezza che Dio realizza attraverso parole e gesti in tutta la storia dell’umanità (...) E questo disegno di salvezza culmina nella persona di Gesù di Nazaret, mediatore e pienezza di tutta la Rivelazione».
Imparando ad ascoltare le nostre vere domande, ci apriamo più facilmente all’avvenimento imprevedibile nel quale esse trovano risposta: un uomo in carne e ossa, la “persona di Gesù di Nazaret.
Com’è bello poter imparare da qui, a conoscere il Volto del Figlio di Dio.
Possiamo fare gli spavaldi finché vogliamo, atteggiarci a uomini superiori, fare della fede una giustificazione morale o un’ideologia da difendere, ma la verità è che tutti noi attendiamo la Sua carezza, la carezza non di uno spirito, non un soffio di vento che ci fa trasalire, ma il tocco di una mano vera, di carne, il suono di un voce vera, che possa dire al nostro cuore le stesse parole udite dalla vedova di Nain: «Non piangere».... (Luca Doninelli su Tracce)

martedì 24 gennaio 2012

TESTIMONIANZA DI GIANNI SUL NOSTRO GRUPPETTO DI SCUOLA DI CRISTIANESIMO

ADRO Assemblea 21-1-2012 

Il mio gruppetto è stato uno dei primi, qualcosa è cambiato, qualcuno se ne è andato, qualcuno è arrivato, molti sono gli stessi dell’inizio o da molti anni, ed è commuovente (non uso questa parola con superficialità)  vedere persone non giovanissime, piene di impegni e di problemi, fedeli da anni all’incontro del lunedì sera.
Bisogna dare atto della grande lungimiranza di P. Gino quando ha lanciato la proposta dei gruppetti, vedendo potenzialità che noi non vedevamo.
In questi anni l’esperienza è cambiata, oltre ogni mia aspettativa, senza averlo cercato o voluto, e il gruppetto che all’inizio era solo un incontro di catechesi  è diventato una piccola fraternità.
Fraternità vuol dire un luogo dove puoi fare esperienza.
In primo luogo esperienza di cosa è una amicizia cristiana, cioè un’amicizia che non si basa solo su simpatie o affinità personali ma solo sulla comune sequela a Cristo, quindi una amicizia non esclusiva, cioè che non esclude, ma che è potenzialmente possibile con chiunque incontri sulla tua strada; un’amicizia, cioè persone, che ti rimettono in piedi quando ti siedi, ti fanno camminare quando avresti solo voglia di fermarti, ti ridanno motivazione quando sei pigro o disattento; ti rendi conto che da solo non andresti da nessuna parte! Un’amicizia che piano piano non si è più accontentata dell’incontro del lunedì, ma si è con naturalezza estesa ad altri momenti, occasioni, incontri, condivisioni, fino a diventare le persone  con cui passi la vita.
E’ un luogo dove fai esperienza di accoglienza; in primo luogo dove tu sei accolto così come sei, coi tuoi limiti senza essere giudicato, accettando la sproporzione che c’è tra la proposta che il Movimento ti fa e la tua risposta; e contemporaneamente tu impari ad accettare le altre persone così come sono, con i loro tempi, coi loro limiti, senza pretesa.
Luogo di condivisione, dove si cerca almeno un po’ di portare i pesi gli uni degli altri e di prendersi cura di chi ha bisogno o è più fragile.
Luogo dove esperimenti che  gli insegnamenti della scuola di cristianesimo non sono teorie, ma diventano concretezza, vita quotidiana; dove anche attraverso la discussione  e la  reciproca testimonianza diventano chiare parole non semplici, alcune delle quali in questi anni sono state  particolarmente significative per noi, come i consigli evangelici (ci è costato fatica accostarci soprattutto alla parola povertà, con tutte le sue implicazioni assolutamente concrete), o la parola compito (cioè il dover restituire almeno in parte quello che ti è stato donato), o le parole persone-in-comunione, dove cominci a intuire almeno un po’ l’importanza delle tue relazioni nel determinare la tua stessa persona;   dove impari i nuovi criteri di giudizio che la scuola di cristianesimo ti dà, non solo studiando e riflettendo, ma soprattutto vedendo come gli altri li vivono; e questa è una grande lezione di umiltà, perché capisci che tu, che, come capo-gruppetto,  pensi di essere lì per parlare o a spiegare, hai molto più da imparare che da insegnare.
Non sto parlando di un’esperienza perfetta, perché ognuno di noi è umano, quindi imperfetto, ma insieme stiamo facendo un’esperienza di Movimento più bella  di quella che potremmo fare da soli.
Un’esperienza che ha avuto un inizio, è cresciuta nel tempo e può crescere ancora, cercando innanzitutto esperienze di carità condivise (nel rispetto delle esperienze già in atto da parte di molti), ma anche aprendosi agli altri gruppetti o alle realtà più piccole del Movimento.
L’unico criterio con cui giudicare se un gruppetto lavora bene o no è questo, se cresce, almeno in qualcuno, l’appartenenza al Movimento, l’adesione al Movimento, la risposta a quello che il Movimento propone.
I gruppetti sono nati per questo, e questo è il loro compito. (Gianni)